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Telegiornaliste anno XXII N. 14 (825) del 22 aprile 2026
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Elisa
Mazzucchelli, energia motori
di Giuseppe Bosso
Giornalista pubblicista, volto conosciuto dagli spettatori di
Sportitalia e non solo, incontriamo
Elisa Mazzucchelli.
Come si è avvicinata al mondo dei motori? Passione o casualità?
«Mi sono avvicinata al mondo dei motori un po’ per passione e un po’ per
caso. La passione per le due ruote l’ho sempre avuta fin da piccola, grazie
a mio papà: mi affascinava l’energia che c’è intorno alle moto, il rumore
dei motori, l’adrenalina delle gare. Dalle prime esperienze come
Ombrellina al MotoGP e poi, crescendo e iniziando a lavorare nel mondo
dei media, si è presentata l’occasione di raccontare proprio questo universo
e ho capito che era un ambiente in cui mi sentivo perfettamente a mio agio.
Quindi sì, direi che è stato un incontro tra passione autentica e
opportunità professionale».
Banale chiederlo ma forse inevitabile: ha incontrato resistenze
nell’avvicinarsi a un ambiente, per così dire, strettamente “maschilista”?
«È una domanda che mi fanno spesso. All’inizio qualche resistenza o sorpresa
c’è stata, più che altro perché è un ambiente storicamente molto maschile.
Però devo dire che, una volta dimostrata la mia preparazione e la mia
serietà, ho sempre trovato grande rispetto. Soprattutto da quando ho
iniziato a guidare in pista e off-road ho ricevuto tanti complimenti. Alcune
ostilità sono arrivate anche dalle donne: se facessimo squadra come gli
uomini sarebbe certamente meglio. Il mondo dei motori è fatto anche di
persone molto dirette: se vedono che lavori bene e che ami davvero questo
sport, ti accolgono senza problemi e con affetto».
Quali sono stati finora i protagonisti del mondo delle due ruote con cui
ha interagito che l’hanno maggiormente colpita?
«Ho avuto la fortuna di incontrare tanti protagonisti straordinari del
motociclismo. Quello che mi colpisce sempre è la combinazione tra talento,
determinazione e umiltà che molti di loro hanno. Parlare con piloti che
rischiano ogni weekend e vedere con quanta passione vivono questo sport è
sempre molto stimolante. Ogni incontro lascia qualcosa, sia dal punto di
vista umano sia professionale. Sicuramente quella con Pecco Bagnaia è stata
una intervista che mi ha lasciato stupita per la sua umiltà. Intervistare
invece Marco Tronchetti Provera a Monza mi ha messo particolarmente in
difficoltà, mi tremavano un po’ le mani, ma alla fine l’ho portata a casa».
Non solo Sportitalia comunque per lei: l’abbiamo vista nel cast del
fortunato game show Avanti un altro, a Radio 105, di recente al
Villaggio del Festival in occasione dei giorni di Sanremo, solo per citarne
un paio: cosa hanno rappresentato per lei queste esperienze?
«Oltre al lavoro legato ai motori ho avuto la possibilità di fare esperienze
molto diverse tra loro. Partecipare al salottino ad “Avanti un altro” è
stato divertentissimo e mi ha fatto scoprire il lato più leggero e
spettacolare della televisione. L’esperienza a Radio 105 e la presenza al
Villaggio del Festival durante i giorni di Sanremo sono state altrettanto
speciali: occasioni per entrare in contatto con pubblici diversi e mettermi
alla prova in contesti nuovi. Per me ogni esperienza è un modo per crescere
e ampliare il mio percorso professionale».
Ha avuto modo di seguire gare o competizioni femminili?
«Sì, ho avuto modo di seguire anche alcune competizioni femminili e credo
che il movimento stia crescendo molto. Sempre più ragazze si avvicinano alle
due ruote e il livello si sta alzando anno dopo anno. È un segnale molto
positivo perché dimostra che questo sport sta diventando sempre più
inclusivo e aperto a tutti»
In prospettiva futura si vede ancora vincolata al mondo dei motori?
«Guardando al futuro, il mondo dei motori resta sicuramente una parte molto
importante del mio percorso. È un ambiente che mi appassiona davvero e in
cui mi sento a casa. Allo stesso tempo mi piace l’idea di continuare a
sperimentare, di esplorare altri ambiti della comunicazione e dello
spettacolo. L’importante per me è continuare a raccontare storie, emozioni e
passioni, che siano legate ai motori o ad altri mondi. Mi piacerebbe creare
un format tutto mio, anzi l’ho già depositato da tempo, lo chiamerei
Curve Pericolose. Stay tuned!».
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Speciale
Gala del doppiaggio 2026
di Giuseppe Bosso
Grande successo anche quest'anno per il Gala del
doppiaggio che si è svolto a Roma l'11 aprile in
concomitanza del
Romics, Festival Internazionale del Fumetto,
Animazione, Cosplay, Cinema e Games.
Condotto anche quest'anno da
Perla Liberatori, l'evento anche quest'anno ha
visto premiare i migliori esponenti del doppiaggio, con
riconoscimenti attribuiti sia da una Giuria di qualità
(composta da voci storiche quali Giuppy Izzo,
Monica Ward, Silvia Pepitoni, Mosè Singh,
Deborah Magnaghi, Davide Capone, Roberto
Gammino, Vittorio Guerrieri) che dal pubblico.
Oltre che presentatrice Perla Liberatori è stata anche tra i
premiati per la direzione del doppiaggio della serie
Mercoledì 2 da pate del pubblico, mentre alla
collega Antonella Baldini è andato il riconoscimento
della corispondente categoria della Giuria di qualità per
Mobland (CD).
Marco Mete, storica voce italiana del compianto
Robin Williams, si aggiudica il riconoscimento della
Giuria di qualità per il Miglior Doppiaggio Film con
Dragon Trainer (Sift) mentre il corrispondente
premio della giuria di qualità va a Massimiliano Alto
per la direzione di Frankenstein.
Massimiliano Manfredi fa doppietta di entambe le
giuie nella categoria della direzione di Film animati
con Zootropolis 2, che con
Ilaria Latini, voce di Judy, si aggiudica il
riconoscimento del pubblico per il miglior personaggio
femminile animato, categoria che la Giuria di qualità
assegna a
Rossa Caputo per l'istrionica Charlie di
Hazbin Hotel.
A Federico Campaiola (Jin Woo in Solo
Leveling) e Renato Novara (Sonic) i
riconoscimenti di miglior voce maschile di un personaggio
animato rispettivamente da parte della Giuria di qualità
e da parte del pubblico.
Simone D'Andrea con la sua interpretazione su Tom
Hardy in Havoc fa doppietta come miglior
voce maschile, mentre le vincitrici del premio di miglior
voce femminile sono Francesca Fiorentini (Catherine
Zeta Jones in Mercoledì 2) per il pubblico e
Ada Maria Serra Zanetti (Helen Mirren in
Goodbye June) per la Giuria di qualità.
A Maurizio Picchio il premio come miglior
assistente di doppiaggio e a Maurizio Solofra per
il miglior fonico.
Non sono mancati anche momenti di intrattenimento e di
musica come l'esibizione di Gabriele Lopez.
Riconoscimenti speciali a
Luisa D'Aprile, vincitrice del Premio Andrea
Quartana, e Stefano Benassi, vincitore del
Premio Vittorio De Angelis. Fabrizia Castagnoli e
Vittorio Stagni (non presente in sala, a ritirare la
targa la figlia
Ilaria Stagni e i nipoti) i riconoscimenti
speciali alla carriera e ai piccoli
Angelica Tuccini, Gabriele Tonti e Luna
Tosti il Premio Vocine del futuro, a ulteriore
conferma di come il doppiaggio italiano è un'eccellenza
che nel conservare la sua tradizione storica ha un
occhio rivolto al futuro e alle nuove generazioni
che già adesso si stanno distinguendo.
Appuntamento al 2027!
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Barbara
Benedettelli, tra IA e violenza
di Giuseppe Bosso
In occasione dell'evento formativo organizzato dall'Ordine
dei Giornalisti della Campania a Pagani presso il
Circolo Unione, intitolato Social, carta stampata e comunicazione
istituzionale, incontriamo la giornalista, sociologa e saggista
Barbara Benedettelli, tra i relatori dell'evento e per
affrontare alcune delle importanti tematiche che hanno
riguardato il suo intervento, ma non solo.
Dottoressa Benedettelli, su
Instagram si presenta così: da anni esplora il rapporto tra
giustizia, dolore e trasformazione. Pensando alla nostra epoca
come definirebbe questo rapporto?
«Direi che viviamo in un momento di profonda contraddizione. La
giustizia intesa come processo di riparazione e significazione
del dolore, è stata progressivamente sostituita da una logica di
esposizione e consumo del trauma. Il dolore non trasforma più,
diventa performance. La nostra epoca ha sviluppato una capacità
straordinaria di monetizzare la sofferenza, il trauma,
attraverso gli algoritmi commerciali che trasformano questi
stati dell'essere, questi sentimenti, in profilazione, in
prevedibilità. Monetizzare significa usare la sofferenza degli
altri per costruire modelli di comportamento. Gli algoritmi non
scoprono accidentalmente che il dolore genera engagement, lo
ottimizzano attivamente. Trasformano la sofferenza in
commodity. E questa trasformazione ha un effetto perverso:
quanto più la violenza diventa lucrativa da narrare, tanto meno
interesse c'è nel cambiarla, nel prevenirla, nel
trasformarla. La giustizia qui si perde».
In occasione del suo intervento in occasione dell'evento
formativo organizzato dall'Ordine dei Giornalisti della Campania
a Pagani dedicato al tema dell'intelligenza artificiale (risorsa
o ostacolo?) possiamo dire che l'una o l'altra delle strade è
essenzialmente frutto delle scelte che verranno fatte sul suo
utilizzo? O ritiene saranno maggiormente incisivi alti fattori?
«L'IA è in tensione costante tra l'essere risorsa e l'essere
ostacolo. E certamente le scelte su come la utilizziamo sono
determinanti. Ma saremmo ingenui se credessimo che questa
tensione dipenda solo dalla nostra volontà, dal nostro modo di
utilizzo. Le tecnologie contemporanee non sono neutrali, hanno
una propria logica, una propria spinta verso forme di controllo
e semplificazione. Hanno intenzioni incorporate, specie nell'IA
agentica, che tende verso il controllo e la semplificazione per
sua natura costruttiva. La vera questione allora non è "risorsa
o ostacolo", è la necessità urgente di sottoporre l'intelligenza
artificiale a una critica radicale nello spazio breve di
"adesso". Nel momento storico attuale, nel quale l'umano sta
interiorizzando in modo definitivo questa straordinaria
tecnologia. I giornalisti, in particolare, devono chiedersi se
stanno usando l'IA o se l'IA sta usando loro. E qui mi riferisco
a quanto già detto, agli algoritmi commerciali».
Potrà sembrare banale dirlo, ma l'essere umano nell'illusione
che maggiore tecnologia avrebbe significato miglioramento della
vita non ha finito, per così dire, per andare nella direzione
opposta?
«Non è banale, ma direi che la questione è posta in modo un po'
troppo pessimista. La tecnologia in sé non ha tradito nulla:
siamo noi che l'abbiamo messa al servizio di logiche
sbagliate. Io credo fermamente che l'IA potenzia l'umano. Ma
dipende interamente da come la usiamo e da quale IA stiamo
usando. Non sono tutte uguali, e non tutte rappresentano lo
stesso rischio. Il vero problema non è la tecnologia. È quando
la tecnologia viene subordinata alla logica commerciale
dell'attenzione. Quando l'obiettivo diventa il click,
l'engagement, la visibilità invece della verità. Ecco dove
succede il danno. I social network dominano la realtà, le
relazioni, le piazze virtuali. E qui gli algoritmi commerciali
diventano strumenti di distorsione del reale. Un esempio
concreto che mi tocca da vicino: anni fa spiegavo a una
direttrice di testata online che è fondamentale differenziare la
violenza di genere dalla violenza domestica. Non sono la stessa
cosa. Mi è stato risposto: "Sì, ma la parola che funziona di
più in SEO è 'femminicidio'. Usiamo quella". In altre
parole, la ricerca di verità era subordinata alla ricerca di
traffico. Questo è il vero problema. Non è l'IA. Non è la
tecnologia. È la scelta di farla servire al consenso invece che
alla comprensione. Quindi, a mio avviso, la critica radicale va
posta sugli algoritmi commerciali. Sulla logica dell'attenzione
come bene supremo. Non per rifiutare la tecnologia, ma per
usarla nel modo giusto».
Accedendo al suo
sito campeggia questa frase: credo nel giornalismo che
cerca la verità, non il consenso. Non trova che
l'informazione di oggi abbia tradito questa impostazione?
«Sì, l'ha tradita. Ma con una precisazione importante: non penso
che i giornalisti abbiano deliberatamente scelto il consenso.
Penso che il sistema dentro cui lavorano li costringa a questa
scelta ogni giorno. L'algoritmo che decide cosa è "engagement",
la necessità di mantenere un pubblico, la pressione editoriale
di generare traffico. Tutto questo risponde a una logica
strutturale. Quello che mi preoccupa davvero è che molti
giornalisti non vedono nemmeno più la scelta. La verità è
diventata irrilevante non perché siano disonesti, ma perché è
costosa. Richiede tempo, ricerca approfondita, silenzio. Il
consenso è immediato, misurabile, gratificante. Puoi vedere il
risultato in tempo reale. Quello che continuo a fare, quello che
cerco di praticare, è mantenermi fuori da questa logica. Non è
facile. Significa scrivere cose che non generano click
immediati. Significa differenziare dove il sistema vuole
appiattire. Significa cercare la complessità dove il mercato
dell'attenzione vuole la semplificazione. Ed
è quasi un'eccezione rispetto alla regola. Non dovrebbe. Il
giornalismo è stato progressivamente marginalizzato da una
logica che non è sua e che produce una perdita per la
democrazia, perché la democrazia ha bisogno di giornalisti che
cerchino verità, non di algoritmi che cerchino click».
Da analista della tematica della violenza e pensando alle
tante, troppe storie cui stiamo purtroppo quasi assuefandoci
dalle cronache quotidiane quali sono gli aspetti che, a suo
giudizio, non sono mai stati affrontati o sono stati affrontati
in maniera poco approfondita dal mondo dell'informazione?
«Qui tocco qualcosa che mi ossessiona. L'informazione parla
ossessivamente della violenza come evento, come crimine, come
colpevole e vittima separati. Non parla mai, o quasi mai, della
violenza come processo relazionale. Non spiega come una coppia
arriva al punto di rottura. Non descrive i segnali di una crisi
che avrebbe potuto essere intercettata. Non analizza la povertà
relazionale che precede ogni forma di violenza. Inoltre, ignora
completamente il ruolo della violenza contro gli uomini nella
coppia e della violenza non di genere come parte dello stesso
fenomeno sociologico. Costruisce narrazioni manichee: vittima
innocente, mostro colpevole. Ma la realtà della violenza
relazionale, quella che studio nella mia ricerca,è
incomparabilmente più complessa. E soprattutto, l'informazione
non parla mai della trasformazione: come si esce da una dinamica
violenta? Come si ripara il tessuto relazionale? Queste domande
rimangono invisibili. Infine, c'è un aspetto che è quasi
completamente assente: il dolore dei testimoni, dei figli, degli
operatori sociali. La violenza si diffonde in cerchi
concentrici, ma le cronache la raccontano come fatto
puntuale. Il discorso non si può liquidare in poche righe.
Qui invito chi volesse approfondire, alla lettura
della mia ultima indagine accademica».
Per concludere, facendo riferimento al titolo della sua più
recente pubblicazione, quali sono a suo giudizio le “connessioni
pericolose” più insidiose del nostro tempo?
«Se devo scegliere le più insidiose: innanzitutto, la
connessione tra tecnologia e controllo che abbiamo discusso.
Poi, e questo è più sottile, la connessione tra la ricerca di
autenticità online e la perdita totale di spazi privati. La
gente crede di essere libera perché condivide, ma è stata
spostata completamente sotto lo sguardo pubblico. Non c'è più
luogo dove la crisi può accadere tranquillamente, dove l'errore
può essere privato. Tutto diventa performance. E la performance
genera violenza. Infine, la connessione più pericolosa: quella
tra la proliferazione di dati sulla violenza e l'assuefazione
collettiva. Sappiamo sempre più del male che accade, ma ci
commuoviamo sempre meno. Questa è la vera atrofia della nostra
epoca. Grazie!».
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