Francesca
Caon, occhio alle shitstorm
di
Tiziana Cazziero
Abbiamo il piacere di ospitare nuovamente sulle nostre pagine
Francesca Caon per parlare di una importante novità
editoriale che la vede protagonista.
Ciao Francesca, esperta e professionista della comunicazione,
un percorso formativo importante tra televisione, teatro e
pubbliche relazioni. Partiamo dalla tua agenzia
Caon Public Relations, non tutti conoscono bene questo
lavoro o meglio, che cosa s’intende nello specifico con
pubbliche relazioni. Vuoi parlarcene?
«Le pubbliche relazioni vengono ancora spesso confuse con la
semplice promozione, mentre hanno una funzione molto più ampia:
costruiscono e governano le relazioni tra un’azienda, un brand,
un personaggio e i media. Con CAON Public Relations lavoriamo
soprattutto sulla relazione con i giornalisti e sulla
reputazione: trasformiamo competenze, storie e contenuti dei
nostri clienti in notizie e temi interessanti per le redazioni,
con l’obiettivo di ottenere interviste, articoli e citazioni
senza acquistare spazi pubblicitari. Essere scelti e raccontati
da un giornale genera infatti un’autorevolezza diversa rispetto
a raccontarsi attraverso la pubblicità. La reputazione, però,
non si costruisce solo quando tutto va bene. Le PR diventano
decisive anche nei momenti di crisi, perché aiutano a proteggere
quel patrimonio di credibilità costruito nel tempo».
Ombrelli per shitstorm è il tuo secondo libro: come
nasce la voglia e forse, la necessità di scriverlo?
«Nasce da un paradosso che vedo molto spesso nel mio lavoro:
tutti vogliono essere più visibili, ma pochissimi si chiedono
cosa succederebbe se quella stessa visibilità improvvisamente si
trasformasse in un problema. Nel libro analizzo casi italiani
molto diversi tra loro per capire perché alcune crisi esplodono,
quali errori le aggravano e quali meccanismi psicologici e
sociali ne amplificano la diffusione.
Una shitstorm, infatti, non è semplicemente “tanta gente
arrabbiata sui social”: è una dinamica collettiva in cui media,
algoritmi, emozioni e bias cognitivi possono alimentarsi a
vicenda».
La tua esperienza nella comunicazione ha attraversato la
televisione, il teatro per giungere alle pubbliche relazioni,
che cosa ti ha affascinato di questo mondo?
«Il teatro mi ha insegnato quanto contino il linguaggio, il
corpo e i tempi. La televisione mi ha fatto comprendere la forza
del mezzo. Le pubbliche relazioni hanno aggiunto la dimensione
strategica.
Mi affascina soprattutto il confine tra identità e percezione:
possiamo sapere chi siamo, ma professionalmente dobbiamo anche
chiederci cosa gli altri hanno capito di noi. La reputazione
nasce proprio lì».
Il mondo dei Social Network oggi può essere un valido aiuto e
supporto per la divulgazione del proprio brand, ma spesso le vie
misteriose della promozione possono ritorcersi contro: quando
entrano in campo i leoni da tastiera e si scatena il fenomeno
raccontato nel tuo libro, come possiamo difenderci?
«Prima di tutto evitando di reagire d’impulso. Bisogna capire se
la critica è fondata, quanto si sta diffondendo, chi la sta
alimentando e se i media stanno entrando nella conversazione.
Gli errori più comuni sono rispondere emotivamente, cancellare
commenti, minacciare azioni legali, cambiare versione oppure
sparire. Difendersi non significa necessariamente
contrattaccare: a volte bisogna spiegare, altre volte chiedere
scusa, altre ancora scegliere il silenzio. Non esiste una
risposta standard, esiste una strategia adatta a quella
specifica crisi».
Nel libro racconti casi pubblici importanti che hanno
catturato l’attenzione pubblica e scritto pagine di cronaca
mediatica, ti va di accennarci qualche caso citato e il perché
della tua scelta?
«Perché volevo mostrare quanto il fenomeno sia trasversale. Nel
libro compaiono casi legati, tra gli altri, a Chiara Ferragni,
Måneskin, Jannik Sinner, Mia Martini, Enzo Tortora, Madame e
Giovanna Pedretti. Sono vicende molto diverse, ma tutte mostrano
quanto una narrazione pubblica possa diventare potentissima. Uno
dei punti centrali del libro è proprio questo: reputazione e
verità non sono sinonimi. Possiamo avere ragione e avere
comunque una reputazione compromessa, oppure avere
responsabilità reali e mantenere a lungo un’immagine positiva».
Il mondo digitale ha rappresentato una rivoluzione nel mondo
del giornalismo, come ti sei rapportata con tale cambiamento?
«Il digitale ha democratizzato l’accesso all’informazione, ma ha
creato una competizione permanente per l’attenzione. Oggi il
giornalismo compete con social, creator, notifiche e contenuti
di pochi secondi. Il rischio è che la velocità prevalga sulla
verifica o che la ricerca del clic semplifichi troppo vicende
complesse. Una reputazione può essere danneggiata in pochi
minuti da un titolo o da una narrazione sbagliata, mentre
ristabilire la complessità dei fatti può richiedere molto più
tempo».
La reputazione mediatica ha un peso importante per
l’immagine, ma non è facile gestirla come si pensa. In virtù
della gogna mediatica che troppo spesso si scaglia contro nomi
importanti e aziende, puoi svelare ai nostri lettori qualche
consiglio? Quali strategie possiamo adoperare per non rimanerne
vittime?
«Occuparsene prima di averne bisogno. La reputazione si
costruisce nel tempo, attraverso credibilità, coerenza,
relazioni e autorevolezza. E una crisi andrebbe preparata prima
che accada: bisogna sapere chi decide, chi parla e quali sono i
possibili scenari. Poi c’è una regola che considero
fondamentale: nei momenti di crisi bisogna separare i fatti
dalle emozioni. La risposta pubblica non deve servire a farci
stare meglio, ma a produrre l’effetto giusto su chi ci ascolta».
L’algoritmo è tutto nella realtà dei tasti, dispositivi e
monitor, ma è realmente un alleato oppure diventa pericoloso?
Cosa ne pensi?
«Sì, perché premiano ciò che genera maggiore coinvolgimento e le
emozioni più polarizzanti, come rabbia e indignazione, sono
molto efficaci in questo senso. A questo si aggiungono i nostri
bias cognitivi: tendiamo a cercare conferme a ciò che già
pensiamo e a seguire più facilmente un giudizio quando vediamo
che molti altri lo condividono. La tecnologia, quindi, accelera
dinamiche psicologiche che esistevano già prima dei social».
Cosa consigli a chi vorrebbe intraprendere il tuo lavoro da
PR?
«Di essere curioso prima ancora che comunicativo. Un buon PR
deve leggere molto, seguire l’attualità, capire come funzionano
i media e saper distinguere ciò che interessa a un cliente da
ciò che può davvero interessare a una redazione e deve imparare
ad accettare molti no. Questo lavoro richiede perseveranza,
capacità relazionale e umiltà».
I dieci comandamenti della PR rappresenta la tua prima
esperienza editoriale, ti va di parlarcene?
«Il primo racconta come si costruiscono autorevolezza,
visibilità e reputazione. Il secondo affronta l’altra faccia
della medaglia: cosa succede quando quella reputazione entra in
crisi e come possiamo proteggerla. In fondo sono due momenti
della stessa disciplina: costruire fiducia e sapere come
difenderla».
Dove possiamo trovare i tuoi libri?
«Sono entrambi pubblicati da ROI Edizioni e disponibili nelle
principali librerie fisiche e online oltre che nel mio
e-commerce».
Ringraziandoti per la tua disponibilità finisco le mie
interviste lasciando un ultimo spazio aperto: vuoi aggiungere
qualcosa che non è stato detto?
«Credo che oggi siamo molto più esposti pubblicamente, ma non
ancora abbastanza educati alla reputazione. Chiunque può
diventare protagonista di una conversazione pubblica attraverso
un video, uno screenshot o una frase estrapolata dal contesto.
Per questo servirebbe più responsabilità da parte di chi
comunica, ma anche di chi commenta, condivide e giudica. Una
shitstorm può durare pochi giorni online, mentre per chi la
subisce le conseguenze possono durare per sempre».