Claudia
Cocuzza, la mia forestiera
di
Tiziana Cazziero
Incontriamo
Claudia Myriam Cocuzza per parlare del suo romanzo
La forestiera (Il Giallo Mondadori).
Salve Claudia, ben arrivata. La forestiera, come nasce
questo romanzo?
«Grazie per l’ospitalità, Tiziana. Un saluto a lei e a chi ci
legge.
La forestiera nasce esattamente dal titolo, ovvero
dalla sua protagonista, lady Florence Trevelyan, un personaggio
storico realmente vissuto e con una biografia così ricca e
affascinante che sembra romanzata così com’è. Io ho voluto
restituirla alla Storia, accentuando gli aspetti reali del suo
vissuto che fanno al caso mio, che cioè risultano funzionali al
giallo: fu un’esperta naturalista e botanica, quindi non ho
fatto altro che trasformarla in una botanica forense ante
litteram, in un’epoca in cui questa non era riconosciuta come
disciplina e quindi non veniva applicata alla risoluzione di
vicende giudiziarie».
Il titolo lo ha scelto all’inizio o in corso d’opera?
«Il titolo è nato insieme al romanzo, con una sfumatura un po’
diversa; il mio titolo originario era
‘A francisa, e c’è
un motivo storico. Siamo nel 1884 a Taormina, che non era ancora
la meta del turismo internazionale famosa oggi in tutto il
mondo; si stava affacciando da pochi anni a un turismo ricco e
elitario, ma gli stranieri che si vedevano in giro erano davvero
pochi così, per gli abitanti di quello che era ancora un borgo
di pescatori, chiunque venisse da Oltralpe era francese, senza
badare troppo alla geografia, e Florence non faceva eccezione;
anzi, ancora oggi è ricordata come
‘A francisa. Ho poi
tradotto titolo – ed epiteto – in italiano, ma volendo dare
un’accezione diversa: non era solo una straniera, ma una
forestiera, ovvero una donna che viene da fuori, da un mondo
“altro”, una specie di animale esotico che desta curiosità e
sospetto, e che ha dovuto imparare il luogo e le persone per
farsi accettare e amare, come poi è accaduto».
Che cosa ha ispirato la storia?
«L’ispirazione è nata dalla storia del personaggio: una donna
caduta in disgrazia presso la corte di Sua Maestà la Regina
Vittoria a causa della sua relazione adulterina con Edoardo del
Galles, futuro re Edoardo VII, e che sceglie Taormina come meta
del proprio esilio. Sceglie la Sicilia, che è terra di
emigrazione, non viceversa, e la ama così tanto da decidere di
stabilircisi per sempre, tanto che la sua salma è tuttora
custodita qui, curandola e trasformandola tanto da contribuire a
renderla la Perla dello Jonico della cui bellezza noi tutti oggi
godiamo. Lady Trevelyan fu la regina della Belle Époque
taorminese; ospitò nella sua casa personaggi del calibro di
Wilde, D’Annunzio, il Kaiser Guglielmo, i Florio, facendo sì che
Taormina fosse riconosciuta come parte dei circuiti turistici
dell’epoca; acquistò l’Isola Bella quando era ancora lo Scoglio
di Sant’Andrea, e lo rese una riserva naturale che oggi è
inserita nella tentative list UNESCO. La sua storia, in
definitiva, ha ispirato la mia».
Come nasce la passione per il giallo?
«Nasce dalla mia curiosità, da cui dipendono i miei gusti di
lettrice. Mi piace osservare, capire, scoprire cosa c’è dietro
quello che si vede; mi piace giocare con gli indizi, sia quando
scrivo che quando leggo, chiedermi quali sono le pulsioni
segrete che spingono le persone a comportarsi in un certo modo.
Per tutte queste ragioni sono una grande lettrice di gialli e
scriverli è stata la naturale deriva».
Come concilia la passione per la scrittura, il lavoro e il
ruolo di caporedattrice della rivista
Writers Magazine Italia?
«Non le concilio, nel senso che non esiste un equilibrio
perfetto; una giornata tipo che è armonica e alla fine della
quale posso dire di aver fatto tutto quello che avrei dovuto
fare e di averlo fatto bene. Mi arrangio, semplicemente. Certi
giorni sono sommersa dal lavoro e non riesco a scrivere nemmeno
una parola, altri sono meno faticosi e allora mi dedico alla
rivista, a quello che sto scrivendo in quel momento, alla
lettura. Fare tutto e farlo bene non è possibile. E in tutto ciò
c’è anche la famiglia – grazie a Dio, aggiungerei – e anche
quella richiede cura e attenzioni».
La rivista a quale pubblico è rivolta?
«La Writers Magazine Italia è la rivista per scrittori più
longeva del panorama nazionale. Non esiste nulla di simile. È
rivolta agli scrittori, agli aspiranti tali e ai lettori
curiosi, cioè a tutte quelle persone che vogliono sapere cosa
c’è dietro a un libro. Affrontiamo tutti gli argomenti di
interesse per gli scrittori, dalle tecniche di scrittura agli
aspetti più pratici che chi si affaccia per la prima volta sul
mondo dell’editoria deve conoscere (come proporsi a un editore,
qual è il ruolo delle agenzie letterarie, perché partecipare ai
concorsi e come riconoscere quelli seri ecc.); pubblichiamo
narrativa di alto livello, dando spazio a voci nuove anche
grazie al nostro premio che vanta un albo d’oro di tutto
rispetto. Tra l’altro, ogni numero della rivista viene inviato
alle principali case editrici italiane, che tramite noi fanno
scouting, quindi essere presenti sulla WMI fa curriculum e può
essere un importante trampolino di lancio. Io per prima sono
cresciuta come autrice grazie alla Writers Magazine Italia».
Tra le tante attività letterarie si occupa anche del
Termini Book Festival: può parlarci di questo evento?
«Il Termini Book Festival, giunto alla settima edizione, è un
festival letterario che è cresciuto moltissimo negli anni. Non è
solo una vetrina autoriale, ma un contenitore attraverso il
quale il suo ideatore e direttore artistico, lo scrittore
Giorgio Lupo, e con lui tutto lo staff, cerca di diffondere la
cultura del libro e del bello, declinato non solo come
letteratura. L’anno scorso, per esempio, abbiamo ospitato una
mostra pittorica permanente e ogni sera abbiamo avuto un cammeo
teatrale, curato dall’attore Mimmo Minà. Oltre questo, il TBF
entra nel sociale, nella convinzione che alienarsi da ciò che ci
circonda, seppur per il tempo limitato del festival, non sia
coerente con una visione sana e oggettiva del mondo, per cui
durante ognuno dei tre giorni abbiamo almeno un momento di
riflessione e dibattito a cui intervengono personalità in grado
di affrontare il tema scelto. Il festival si tiene a Termini
Imerese (PA), quest’anno dal 4 al 6 settembre. Siete tutti i
benvenuti».
Quali sono i prossimi progetti letterari?
«È appena uscita, 28 aprile 2026, un’antologia mostruosa – nel
vero senso della parola –, la 666 racconti del terrore, che ho
curato insieme a
Marika Campeti, co-caporedattrice della WMI, e a
Paolo Di Orazio, uno dei Maestri – e non dico “Il Maestro” per
modestia – dell’horror italiano, colui da cui nasce lo splatter
punk in Italia. In occasione della prima presentazione della
666, Marika e io abbiamo annunciato che cureremo una serie di
antologie, tematiche ma non di genere, che avranno il marchio
Writers Magazine Italia. Dovremmo partire con le selezioni per
il primo volume entro il 2026. Adesso però sono assorbita da un
progetto a cui tengo tantissimo e che sto realizzando con
Giorgio Lupo. Si tratta di una saga ambientata tra gli inizi del
XIX e la prima metà del XX secolo; il progetto esiste già,
compresa la suddivisione in romanzi, e siamo a buon punto della
stesura del primo. Scrivere a quattro mani è divertentissimo e
la storia mi piace da morire, quindi spero davvero possa
arrivare presto tra le mani dei lettori».
Grazie per il suo tempo, siamo al termine di questa
chiacchierata, se vuole aggiungere qualcosa non detto, questo
spazio è suo.
«Una cosa, sì. Grazie a chi, come lei, dà spazio a voci nuove
come la mia, permettendoci di farci conoscere, e grazie ai
lettori che ci danno fiducia leggendo le nostre storie. Grazie a
voi cresciamo, ci miglioriamo e continuiamo a scrivere, a
inventare, a sognare».