Michela
Mercuri, un mondo non casuale
di
Giuseppe Bosso
Due misteri che si incrociano sullo sfondo di Roma, una
intraprendente protagonista che li dovrà risolvere. Uno scenario
abbastanza classico, ma
Elena Ferri e il tè dei segreti è molto altro,
parola dell'autrice, Michela Mercuri.
Benvenuta su Telegiornaliste, Michela, Anzitutto chi è Elena
Ferri, il personaggio che hai inventato?
«Elena Ferri è, prima di tutto, uno sguardo. È quella parte di
me, ma forse di tutti, che osserva prima di reagire, che
collega dettagli che agli altri sfuggono e che capisce tutto, un
attimo prima. Ci accomuna l’ironia, sempre e comunque. Quella
capacità di alleggerire anche ciò che non è leggero. Ma Elena è
anche una versione di me più “brava”. Più lucida, più diretta,
più capace di buttarsi nelle cose senza esitazione. Io, invece,
tendo a fermarmi prima. A riflettere, a valutare, a rimandare. E
forse è proprio da lì che è nata: dal tentativo di dare forma a
quella parte che vorrei avere, ma che sulla carta, per fortuna,
funziona perfettamente».
In cosa hai cercato di differenziare il tuo “cozy mystery
italiano” da una classica storia a tinte gialle?
«Più che differenziare il genere, ho sentito l’esigenza di
costruire un mondo che non fosse casuale. Tutto quello che ruota
intorno a Elena nasce da qualcosa di reale: c’è il mio vissuto,
ci sono gli amici veri, quelli che ti seguirebbero anche sulla
luna, e c’è anche una parte più intima, quasi un desiderio:
quello di creare una sorta di famiglia allargata, fatta di
persone autentiche, che con le loro storie, sono capaci di
colmare le mancanze gli uni degli altri. Poi c’è Roma. Non uno
sfondo, ma una protagonista vera e propria. La Roma che ho
vissuto da ragazza, quella di un periodo in cui la città vibrava
non solo per la sua bellezza, ma per la sua vitalità, per una
qualità quasi palpabile della vita. La componente gialla, almeno
in questo primo libro, è quasi un punto di partenza. Fa da
cornice a qualcosa di più profondo: il percorso di Elena. È una
donna che si è costruita un mondo protetto, ordinato,
controllato. Ma è un equilibrio che, inevitabilmente, deve
incrinarsi. E lì entra in gioco Alex, il protagonista maschile.
Una presenza destabilizzante, perché mette in discussione tutto:
certezze, abitudini, difese. In questo senso, il mistero non è
solo quello da risolvere. È anche quello che accade dentro».
Una caratteristica del tuo lavoro è l'uso della pagina
Instagram dedicata al libro: come l'hai sviluppata e qual è
stato il riscontro che hai avuto da lettori e followers?
«Instagram è diventato una sorta di “secondo spazio narrativo”.
Non lo uso per promuovere il libro in modo diretto, ma per
espandere il mondo di Elena: piccoli frammenti, scene, pensieri,
e soprattutto il dialogo continuo tra lei e me. Il riscontro più
interessante è stato proprio questo: le persone non si sono
fermate alla storia, ma sono entrate nella dinamica. I follower
più affezionati non solo hanno letto e apprezzato il libro, ma
con alcuni di loro sono nate delle vere relazioni. C’è scambio,
confronto, a volte anche su aspetti molto personali delle nostre
vite. In un certo senso, Elena ha fatto da tramite. Ha
avvicinato le persone a Michela che hanno scoperto, a detta
loro, divertente, ma anche sorprendentemente autentica. Ho
ricevuto molti riscontri positivi sulla scrittura, sulla qualità
della pagina, dei contenuti, ma soprattutto su questo aspetto
umano. Ed è forse quello che considero più prezioso».
È stata una scommessa per te cimentarti in uno dei generi
probabilmente più inflazionati della letteratura o cercare di
orientarlo in una maniera più moderna con le tue particolarità?
«Sicuramente è un genere molto frequentato, ma non l’ho vissuto
come un limite. Anzi, mi interessava entrare in un territorio
conosciuto e lavorare sulle sfumature: tono, ritmo, voce. Non ho
cercato di reinventare il giallo, ma di renderlo mio. Con
ironia, con uno sguardo più contemporaneo e con personaggi che
non sono mai completamente risolti. Il mio modo di raccontare,
però, arriva da altrove. È fortemente influenzato dal fumetto -
la nona arte - e da quel tipo di narrazione per immagini. Io non
scrivo solo ciò che accade: costruisco scene. Le vedo prima, e
poi le traduco in parole. La frase che mi sento ripetere più
spesso dai lettori è proprio questa: che mentre leggono, vedono
le scene come se fosse un film. E per me significa molto. Perché
è esattamente il modo in cui ho sempre immaginato la scrittura».
Chi è Michela Mercuri oltre l'avventura di Elena Ferri?
«Michela è, in realtà, molto diversa da Elena. Se Elena ha il
coraggio di buttarsi nelle cose, di agire senza esitazione, io
sono l’opposto. Osservo molto, rifletto, mi prendo il tempo.
Quasi con una calma zen. È proprio per questo che ho scelto di
costruire Elena più “fattiva”: perché è un tratto che mi ha
sempre affascinato negli altri, qualcosa che sento lontano ma
che, allo stesso tempo, mi incuriosisce profondamente. Il mio
modo di stare nel mondo, invece, è quello di guardarlo. E questo
sguardo mi permette di raccontarlo. Giro sempre con un taccuino,
prendo appunti, rubo parole, frammenti, pensieri. Il libro è
pieno di cose che ho sentito “per strada”, nelle conversazioni
più normali. E trovo affascinante come, da una semplice battuta,
si possa intuire moltissimo di una persona. Poi entra in gioco
la parte più creativa. Mi basta vedere una finestra socchiusa
per iniziare a immaginare: chi ci vive, cosa sta facendo, che
storia c’è dietro. E da lì, inevitabilmente, nasce tutto il
resto».
Continuerai a scrivere lungo questo filone?
«Sì, perché Elena ha ancora molto da dire. E soprattutto perché
non è un personaggio che si esaurisce in una sola storia. Mi
interessa seguirla mentre cambia, mentre si mette in
discussione, mentre affronta situazioni sempre più complesse,
non solo dal punto di vista investigativo, ma umano. Elena
evolve. E, in qualche modo, evolve anche il mio modo di
raccontarla. E poi, diciamolo: non è solo una storia che
continua. È un dialogo. E io, quel dialogo, non ho ancora finito
di ascoltarlo. Lo dico apertamente: io senza Elena non saprei
più come guardare le cose».