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Donne Nel mondo, nella storia
Donne. Nel mondo, nella storiaBarbara Benedettelli, tra IA e violenza
di Giuseppe Bosso

In occasione dell'evento formativo organizzato dall'Ordine dei Giornalisti della Campania a Pagani presso il Circolo Unione, intitolato Social, carta stampata e comunicazione istituzionale, incontriamo la giornalista, sociologa e saggista Barbara Benedettelli, tra i relatori dell'evento e per affrontare alcune delle importanti tematiche che hanno riguardato il suo intervento, ma non solo.

Dottoressa Benedettelli, su Instagram si presenta così: da anni esplora il rapporto tra giustizia, dolore e trasformazione. Pensando alla nostra epoca come definirebbe questo rapporto?
«Direi che viviamo in un momento di profonda contraddizione. La giustizia intesa come processo di riparazione e significazione del dolore, è stata progressivamente sostituita da una logica di esposizione e consumo del trauma. Il dolore non trasforma più, diventa performance. La nostra epoca ha sviluppato una capacità straordinaria di monetizzare la sofferenza, il trauma, attraverso gli algoritmi commerciali che trasformano questi stati dell'essere, questi sentimenti, in profilazione, in prevedibilità. Monetizzare significa usare la sofferenza degli altri per costruire modelli di comportamento. Gli algoritmi non scoprono accidentalmente che il dolore genera engagement, lo ottimizzano attivamente. Trasformano la sofferenza in commodity. E questa trasformazione ha un effetto perverso: quanto più la violenza diventa lucrativa da narrare, tanto meno interesse c'è nel cambiarla, nel prevenirla, nel trasformarla. La giustizia qui si perde».

In occasione del suo intervento in occasione dell'evento formativo organizzato dall'Ordine dei Giornalisti della Campania a Pagani dedicato al tema dell'intelligenza artificiale (risorsa o ostacolo?) possiamo dire che l'una o l'altra delle strade è essenzialmente frutto delle scelte che verranno fatte sul suo utilizzo? O ritiene saranno maggiormente incisivi alti fattori?
«L'IA è in tensione costante tra l'essere risorsa e l'essere ostacolo. E certamente le scelte su come la utilizziamo sono determinanti. Ma saremmo ingenui se credessimo che questa tensione dipenda solo dalla nostra volontà, dal nostro modo di utilizzo. Le tecnologie contemporanee non sono neutrali, hanno una propria logica, una propria spinta verso forme di controllo e semplificazione. Hanno intenzioni incorporate, specie nell'IA agentica, che tende verso il controllo e la semplificazione per sua natura costruttiva. La vera questione allora non è "risorsa o ostacolo", è la necessità urgente di sottoporre l'intelligenza artificiale a una critica radicale nello spazio breve di "adesso". Nel momento storico attuale, nel quale l'umano sta interiorizzando in modo definitivo questa straordinaria tecnologia. I giornalisti, in particolare, devono chiedersi se stanno usando l'IA o se l'IA sta usando loro. E qui mi riferisco a quanto già detto, agli algoritmi commerciali». 

Potrà sembrare banale dirlo, ma l'essere umano nell'illusione che maggiore tecnologia avrebbe significato miglioramento della vita non ha finito, per così dire, per andare nella direzione opposta?
«Non è banale, ma direi che la questione è posta in modo un po' troppo pessimista. La tecnologia in sé non ha tradito nulla: siamo noi che l'abbiamo messa al servizio di logiche sbagliate. Io credo fermamente che l'IA potenzia l'umano. Ma dipende interamente da come la usiamo e da quale IA stiamo usando. Non sono tutte uguali, e non tutte rappresentano lo stesso rischio. Il vero problema non è la tecnologia. È quando la tecnologia viene subordinata alla logica commerciale dell'attenzione. Quando l'obiettivo diventa il click, l'engagement, la visibilità invece della verità. Ecco dove succede il danno. I social network dominano la realtà, le relazioni, le piazze virtuali. E qui gli algoritmi commerciali diventano strumenti di distorsione del reale. Un esempio concreto che mi tocca da vicino: anni fa spiegavo a una direttrice di testata online che è fondamentale differenziare la violenza di genere dalla violenza domestica. Non sono la stessa cosa. Mi è stato risposto: "Sì, ma la parola che funziona di più in SEO è 'femminicidio'. Usiamo quella". In altre parole, la ricerca di verità era subordinata alla ricerca di traffico. Questo è il vero problema. Non è l'IA. Non è la tecnologia. È la scelta di farla servire al consenso invece che alla comprensione. Quindi, a mio avviso, la critica radicale va posta sugli algoritmi commerciali. Sulla logica dell'attenzione come bene supremo. Non per rifiutare la tecnologia, ma per usarla nel modo giusto». 

Accedendo al suo sito campeggia questa frase: credo nel giornalismo che cerca la verità, non il consenso. Non trova che l'informazione di oggi abbia tradito questa impostazione?
«Sì, l'ha tradita. Ma con una precisazione importante: non penso che i giornalisti abbiano deliberatamente scelto il consenso. Penso che il sistema dentro cui lavorano li costringa a questa scelta ogni giorno. L'algoritmo che decide cosa è "engagement", la necessità di mantenere un pubblico, la pressione editoriale di generare traffico. Tutto questo risponde a una logica strutturale. Quello che mi preoccupa davvero è che molti giornalisti non vedono nemmeno più la scelta. La verità è diventata irrilevante non perché siano disonesti, ma perché è costosa. Richiede tempo, ricerca approfondita, silenzio. Il consenso è immediato, misurabile, gratificante. Puoi vedere il risultato in tempo reale. Quello che continuo a fare, quello che cerco di praticare, è mantenermi fuori da questa logica. Non è facile. Significa scrivere cose che non generano click immediati. Significa differenziare dove il sistema vuole appiattire. Significa cercare la complessità dove il mercato dell'attenzione vuole la semplificazione. Ed è quasi un'eccezione rispetto alla regola. Non dovrebbe. Il giornalismo è stato progressivamente marginalizzato da una logica che non è sua e che produce una perdita per la democrazia, perché la democrazia ha bisogno di giornalisti che cerchino verità, non di algoritmi che cerchino click».

Da analista della tematica della violenza e pensando alle tante, troppe storie cui stiamo purtroppo quasi assuefandoci dalle cronache quotidiane quali sono gli aspetti che, a suo giudizio, non sono mai stati affrontati o sono stati affrontati in maniera poco approfondita dal mondo dell'informazione?
«Qui tocco qualcosa che mi ossessiona. L'informazione parla ossessivamente della violenza come evento, come crimine, come colpevole e vittima separati. Non parla mai, o quasi mai, della violenza come processo relazionale. Non spiega come una coppia arriva al punto di rottura. Non descrive i segnali di una crisi che avrebbe potuto essere intercettata. Non analizza la povertà relazionale che precede ogni forma di violenza. Inoltre, ignora completamente il ruolo della violenza contro gli uomini nella coppia e della violenza non di genere come parte dello stesso fenomeno sociologico. Costruisce narrazioni manichee: vittima innocente, mostro colpevole. Ma la realtà della violenza relazionale, quella che studio nella mia ricerca,è incomparabilmente più complessa. E soprattutto, l'informazione non parla mai della trasformazione: come si esce da una dinamica violenta? Come si ripara il tessuto relazionale? Queste domande rimangono invisibili. Infine, c'è un aspetto che è quasi completamente assente: il dolore dei testimoni, dei figli, degli operatori sociali. La violenza si diffonde in cerchi concentrici, ma le cronache la raccontano come fatto puntuale. Il discorso non si può liquidare in poche righe. Qui invito chi volesse approfondire, alla lettura della mia ultima indagine accademica».

Per concludere, facendo riferimento al titolo della sua più recente pubblicazione, quali sono a suo giudizio le “connessioni pericolose” più insidiose del nostro tempo?
«Se devo scegliere le più insidiose: innanzitutto, la connessione tra tecnologia e controllo che abbiamo discusso. Poi, e questo è più sottile, la connessione tra la ricerca di autenticità online e la perdita totale di spazi privati. La gente crede di essere libera perché condivide, ma è stata spostata completamente sotto lo sguardo pubblico. Non c'è più luogo dove la crisi può accadere tranquillamente, dove l'errore può essere privato. Tutto diventa performance. E la performance genera violenza. Infine, la connessione più pericolosa: quella tra la proliferazione di dati sulla violenza e l'assuefazione collettiva. Sappiamo sempre più del male che accade, ma ci commuoviamo sempre meno. Questa è la vera atrofia della nostra epoca. Grazie!».

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