Francesca
Ceci, spontaneità e verità
di
Giuseppe Bosso
Dal 3 novembre al
Teatro Tirso de Molina di Roma va in scena, per la
regia di Cinzia Berni, lo spettacolo
Un diavolo per capello
(scritto dalla stessa regista con Roberto Marafante). Ambientata
in un rinomato salone di bellezza, la commedia vede le
protagoniste raccontarsi tra pettegolezzi, amori e nevrosi,
sempre all'insegna dell'ironia. Prodotto da Aurora Produzioni,
organizzazione Licia Cricchi, luci e fonica Danilo Sabelli,
aiuto regia Simone Manzi, costumista Federico Zaccone. Ufficio
stampa XY Agenzy di Maria Consiglia Izzo e Grazia Guarino. Nel
cast, oltre alla regista, figurano Geppi Di Stasio, Maria
Lauria, Sara Adami, Flavio Pagni e
Francesca Ceci, che abbiamo il piacere di incontrare.
Qual è il segreto registico e attoriale per mantenere
un'assoluta eleganza e centralità scenica dentro i ritmi serrati
e i cortocircuiti della comicità brillante?
«Sicuramente un testo valido è la base di partenza; poi attori
che sappiano interpretarlo e un regista capace di guidare il
cast con i tempi della commedia brillante, evolvendo anche
nell'improvvisazione. È questo il bello della rappresentazione
teatrale: si parte con un lavoro minuzioso di lettura a
tavolino, ma è quando "ci si mette in piedi", come si dice in
gergo, che arrivano le cose più interessanti. Proprio attraverso
l'improvvisazione e dopo un grande lavoro di prove su prove,
nascono gli spunti più belli e inaspettati».
Possiamo dire che questo salone di bellezza rappresenti
simbolicamente le donne italiane, almeno sotto questa
particolare prospettiva?
«Assolutamente sì. Nel salone del parrucchiere una donna cerca
spesso anche una figura d'ascolto, un po' come uno "psicologo".
Ed è proprio questo che facciamo nello spettacolo: portiamo in
scena le nostre nevrosi quotidiane, le inquietudini, ma anche
gli aspetti più divertenti della vita. Siamo tre protagoniste,
ognuna con il proprio bagaglio di esperienze da svelare a poco a
poco. Trovo straordinario come questo testo, scritto da Cinzia
Berni quindici anni fa, non sia affatto invecchiato, ma mantenga
oggi una spiccata attualità».
A tal riguardo, nello spettacolo si gioca molto sulle nevrosi
e sui dettagli del quotidiano. Tu hai una grande capacità di
catalizzare l'attenzione del pubblico: quanto c’è della
Francesca di tutti i giorni in questo personaggio e come riesci
a trasferire la tua personalità in un contesto così comico e
movimentato?
«Della personalità di Francesca c'è molto poco in questo
spettacolo. Il mio personaggio, Eva, cerca affermazione
attraverso gli altri, rincorre la notorietà a tutti i costi ed è
molto frivola. Io mi sento decisamente troppo indipendente per
far affidamento su qualcun altro! Però sto dando ad Eva una
schiettezza che mi appartiene».
La tua carriera spazia tra il teatro con grandi maestri, il
cinema e importanti conduzioni, come la tua quindicesima volta
sul palco del Premio Bruno Lauzi. Quando passi dalla recitazione
alla conduzione, qual è la parte di te, come donna e come
professionista della comunicazione, che senti valorizzata di
più?
«Forse il lato più spontaneo, che è quello che mi viene più
riconosciuto. Sono molto pignola, da sempre attenta ai dettagli,
ma sempre molto autentica. È un aspetto che porto sul palco sia
negli spettacoli che nelle conduzioni più istituzionali.
Professionalità, spontaneità e verità».
Qualche mese fa hai portato in scena il tuo one-woman-show
Libretto di istruzioni. Portare sul palco il caos e le
fragilità delle donne richiede una grande forza: in questo ti
senti più un'acrobata della vita quotidiana o una musa che
trasforma il caos in bellezza?
«(ride, ndr) Un'acrobata, come lo sono tantissime donne nella
loro quotidianità. Io sono mamma, moglie, compagna, amica,
figlia, zia, professionista... tante donne messe insieme,
esattamente come succede a molte mie colleghe e amiche che
cercano di farcela in tutto. A volte ci si sente sbagliate, si
viene prese dai sensi di colpa, ma dobbiamo anche essere
clementi con noi stesse, darci una bella pacca sulla spalla e
dirci "anche stavolta ce l'abbiamo fatta!" Tengo tantissimo a
questa mia "creatura": dopo 30 anni di teatro, questo spettacolo
è il frutto di una scelta di vita e artistica; quella di non
dipendere da nessuno se non da me stessa. Ho scritto il testo
con la mia amica Alessandra Parrilla, ho avuto la regia
affettuosa di Cinzia Berni e ho scelto di autoprodurmi.
Attraverso questa storia voglio lanciare un messaggio chiaro a
tutte le donne: siamo capaci di grande forza, a prescindere da
tutto e da tutti».
In passato hai affrontato il palco teatrale anche al fianco
del giudice Giuseppe Ayala per parlare di legalità e impegno
civile. Questa versatilità dimostra uno spessore artistico e
umano notevole. Quanto conta per te, oggi, spendersi in progetti
che uniscono l'arte alla riflessione sociale?
«È un tema fondamentale, e infatti sono diverse le realtà che mi
vedono coinvolta in questa direzione. Nessuno di noi può
limitarsi a guardare solo il proprio orticello: viviamo in una
società che ha un profondo bisogno di empatia e di persone
migliori, e io sento questa responsabilità prima di tutto come
madre di un bambino di nove anni. È un impegno che porto con me
anche sul palco: come artista avverto il dovere di veicolare
messaggi positivi. Non a caso, sono con orgoglio ambasciatrice
dell'associazione
Salvamamme, al fianco di mamme e famiglie in
difficoltà. Inoltre, sono appena rientrata da
Le note del
cuore, un evento che conduco con orgoglio da sei anni,
legato all'associazione
La musica di Angela ETS. È una realtà nata dal dolore
ma trasformata in amore dai genitori di Angela. È una realtà
nata dal dolore ma trasformata in amore dai genitori di Angela,
una bambina, purtroppo scomparsa: attraverso la musicoterapia e
il lavoro di tanti professionisti, raccogliamo fondi per
sostenere i reparti di pediatria. Un progetto che sostengo con
immenso affetto».
Spesso per un'attrice la bellezza può essere un'arma a doppio
taglio, quasi a dover dimostrare il doppio per far valere il
proprio talento. Tu hai scardinato questo stereotipo con una
cifra attoriale evidente: c'è stato un momento nella tua
carriera in cui hai dovuto lottare di più contro questo
pregiudizio estetico?
«Sempre. Anche oggi, con la sola differenza che adesso ho la
maturità per affrontare tutto con una consapevolezza diversa.
Quando ero più giovane vivevo con un pizzico di amaro in bocca
il fatto che mi venissero affidati quasi esclusivamente ruoli da
"bellona". Ci restavo male, perché percepivo di interagire con
un ambiente che spesso si fermava alla superficie, incapace di
andare oltre l'aspetto esteriore. Fortunatamente, nel tempo ho
conquistato la forza e la libertà di scegliere, orientandomi
verso progetti e realtà capaci di valorizzarmi davvero. Essere
una bella donna è un dono di cui ringrazio i miei genitori, ma
l'estetica è solo un buon punto di partenza, un biglietto da
visita che accetto volentieri e senza falsa modestia. La vera
differenza la fa ciò che decidi di costruire su quel dono: ho
scelto di alimentare il mio talento artistico con lo studio
costante, l'impegno e la disciplina. Sono un'autentica
estimatrice della bellezza, non la vedo affatto come un limite o
qualcosa di negativo. Ma amo il bello quando è accompagnato
dall'intelligenza, dall'ironia e soprattutto dall'autoironia.
Oggi il mio desiderio è semplice: essere messa in luce per
quello che valgo davvero, perché la bellezza affascina, ma sono
il talento, la mente e la personalità a fare la differenza».
Sei un'attrice, un'autrice, una conduttrice e una donna che
emana una grandissima solarità romana. Se dovessi guardarti allo
specchio oggi, alla vigilia di questo nuovo debutto del 3
novembre, qual è il traguardo professionale — o la
consapevolezza personale — di cui vai più fiera?
«Guardandomi allo specchio mi riconosco sempre. Ho iniziato
questo percorso artistico a vent'anni e nel tempo ho capito di
essere riuscita a non snaturarmi mai. Per me è un grande motivo
di orgoglio e di fierezza essere rimasta sempre fedele a me
stessa e ai miei valori, anche quando questo ha significato fare
le scelte più difficili. Avrei potuto percorrere vie alternative
più dirette, ma ho preferito seguire la strada più complicata,
prendendomene la piena responsabilità».
Riprendendo il titolo dello spettacolo, in conclusione: qual
è il "diavolo per capello" di Francesca Ceci?
«Di capelli ne ho tantissimi, ma di "diavoli" direi proprio di
no! (ride, ndr). Battute a parte, è uno stato d'animo che mi
appartiene raramente. Mi sveglio ogni mattina felice di esserci,
con la stessa curiosità di quando ero ragazzina e la
consapevolezza che ogni giornata può portarci bellissime novità.
Nella vita di tutti i giorni scelgo di portare serenità e mi
piace risolvere i problemi delle persone che amo. Se però devo
dirti cosa riesce davvero a farmi perdere la pazienza,
sicuramente la stupidità e la mancanza di rispetto. Ho un senso
della giustizia altissimo, viscerale: di fronte alle ingiustizie
o alla maleducazione non riesco a rimanere indifferente. Per il
resto, preferisco di gran lunga affrontare la vita con un
sorriso!».
Grazie Francesca, resterei davvero a parlare per ore con te, ma
mi rendo conto che anche al telefono scatterebbe una
segnalazione per sequestro di persona! Ti libero e ti ringrazio
moltissimo per la tua cortese disponibilità.