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Nunzia MarcianoNunzia Marciano, un libro per le mamme
di Giuseppe Bosso

Incontriamo nuovamente con piacere Nunzia Marciano, di recente nuovamente in libreria con una nuova opera, edita da Homo Scrivens. 40 anni mamma. Guida insolita alla scoperta dell’amore, racconto anche autobiografico.

In cosa si differenzia la tua nuova opera da Single per legittima difesa?
«Sono due libri che nascono dalla stessa persona, ma da due fasi completamente diverse della vita. Single per legittima difesa è un libro che guarda verso l’esterno, verso le relazioni, ma con un bisogno forte di protezione. È un libro che mette distanza, che prova a capire come non farsi male, anche se alla fine è un inno all’amore, di cui però allora non sapevo davvero nulla. 40 anni mamma. Guida insolita alla scoperta dell’amore, invece, è un libro che accorcia le distanze. Che entra dentro. Che non prova a difendersi, ma a comprendere. Nel primo c’era una domanda implicita: come mi proteggo dagli altri? Nel secondo ce n’è un’altra: cosa succede quando smetto di proteggermi e mi metto davvero in gioco? È cambiato lo sguardo. È cambiata la disponibilità a restare anche nelle parti scomode. Se il primo libro era una forma di difesa, il secondo è un atto di esposizione. E anche, in un certo senso, di coraggio: un tempo il coraggio di stare da sole, oggi il coraggio di far parte dia famiglia, per sempre».

È la tua storia ma se vogliamo anche un ritratto attuale di molte tue coetanee che diventano madri adesso. Oltre che il tuo vissuto c'è anche un confronto che hai avuto con loro?
«All’inizio pensavo di scrivere un libro molto personale, quasi intimo, qualcosa che riguardasse solo me e il mio percorso. Poi, però, mi sono resa conto che ogni volta che iniziavo a raccontare qualcosa, qualcun’altra si riconosceva. Ed è stato lì che ho capito davvero cosa stesse succedendo. Non era solo la mia storia. Era una storia condivisa, anche quando non veniva detto apertamente. Il confronto con altre donne è arrivato in modo naturale: nelle conversazioni quotidiane, nei messaggi vocali, nei posso dirti una cosa senza essere giudicata?. Ho ascoltato tanto, più di quanto abbia parlato. E ho capito una cosa molto semplice ma potente: non ero l’unica a sentirmi così, ero solo una delle poche a dirlo ad alta voce. Diventare madre a 40 anni non è solo una scelta, è un nuovo punto di partenza carico di tutto quello che c’è stato prima. Non arrivi “vuota”, arrivi con una storia, con esperienze, con ferite, con una certa idea di te stessa già formata. E questo rende tutto più consapevole, ma anche più complesso».

La maternità cosa ha rappresentato per te, premettendo che dal mio punto di vista che magari non condividerai non deve essere lo scopo di vita per una donna?
«Per me la maternità non è stata uno scopo, ma una scelta. E, soprattutto, una trasformazione che non avevo previsto fino in fondo. Non mi ha completata, come spesso si dice. Mi ha messa in discussione. E questa, secondo me, è una differenza enorme. Mi ha tolto alcune certezze, mi ha costretta a rivedere equilibri che pensavo fossero ormai definiti, mi ha fatto entrare in contatto con parti di me che non conoscevo. È stata una rivoluzione silenziosa, fatta più di domande che di risposte. Non credo che la maternità debba essere lo scopo della vita di una donna. Credo che ogni donna debba avere la libertà di scegliere cosa dà senso alla propria esistenza. Per alcune sarà la maternità, per altre no. E nessuna delle due scelte dovrebbe essere messa in discussione. Quello che credo davvero è che le scelte vadano difese, soprattutto quando non coincidono con le aspettative degli altri. E io l’ho provato sulla mia pelle quando ero single e convinta che così sarei stata per tutta la vita: a me andava bene, al mondo che mi circondava no, salvo poi non perdonarmi il fatto che avessi scelto di essere altro, dopo essere stata fortunata ad incontrare un uomo grazie al quale per la prima volta in vita mia, ho amato. Amato davvero».

Qual è stato finora il riscontro che hai avuto dai lettori e dalle lettrici che hai incontrato?
«Il riscontro più significativo non è stato nei numeri, ma nel tipo di messaggi ricevuti. Molti iniziavano con una frase molto simile: non l’ho mai detto a nessuno, però…. Ecco, lì ho capito che il libro aveva aperto uno spazio. Non tanto di consenso, ma di sincerità. Le persone non cercano storie perfette, cercano storie vere. Vogliono riconoscersi, anche nelle parti più scomode, quelle che spesso non si raccontano perché non sono “belle” o “giuste”. Mi hanno scritto tante donne che si sono sentite finalmente legittimate a provare emozioni contrastanti, a non sentirsi sempre all’altezza, a non vivere la maternità come una favola continua. E mi hanno scritto anche uomini, cosa che non mi aspettavo così tanto, che cercavano di capire meglio, di avvicinarsi a un punto di vista diverso. Quando qualcuno si sente meno solo grazie a quello che hai scritto, vuol dire che hai fatto qualcosa che ha senso».

Facendo un passo indietro e tornando al tuo primo libro, guardando alla situazione attuale dove sembra che i rapporti di coppia facciano fatica anche solo a nascere diresti che Single per legittima difesa è un libro invecchiato bene o male?
«Credo che sia invecchiato in modo onesto. Rileggendolo oggi vedo chiaramente che era un libro scritto anche per proteggermi. Era una fase della mia vita in cui avevo bisogno di mettere dei confini, di difendermi da certe dinamiche, da certe delusioni. E quella difesa, in quel momento, era necessaria. Oggi probabilmente lo scriverei in modo diverso, con meno rigidità e più disponibilità a stare dentro le contraddizioni. Ma non lo rinnego, perché racconta una verità precisa di quel momento. Il punto è che la difesa è utile, a volte indispensabile. Ma se diventa una postura permanente, rischia di trasformarsi in isolamento. E forse questo è un tema ancora molto attuale, se non addirittura più attuale di prima».

E a tal riguardo fioccano in rete e sui social creatori di contenuti su come approcciarsi all'altro sesso, più o meno seguiti. Che idea ti sei fatta di questa categoria, anche dal tuo punto di vista di giornalista, considerando che in molti iniziano a considerarli vere e proprie fonti di informazioni?
«È un fenomeno che osservo con molta attenzione, anche per deformazione professionale. Da un lato capisco il bisogno: oggi le relazioni sono più complesse, meno codificate, e molte persone cercano punti di riferimento. Dall’altro lato, però, vedo un rischio nella semplificazione. Le relazioni non sono un insieme di regole da seguire. Non esiste una formula che garantisca un risultato. E quando si prova a ridurre tutto a “cosa fare” e “cosa non fare”, si perde la parte più importante, che è l’autenticità. Alcuni creator aprono riflessioni interessanti, altri invece trasformano la complessità in schemi, e questo può creare più confusione che chiarezza. Credo che il punto sia non delegare completamente a qualcuno esterno la propria esperienza emotiva. Perché nel momento in cui per stare in relazione devi smettere di essere te stesso, non stai costruendo qualcosa, stai rinunciando a qualcosa».

Il pensiero del domani per le tue figlie, considerando i tempi che viviamo, ti preoccupa?
«Sì, mi preoccupa, come scrivo anche nel libro ma non in modo paralizzante. Mi preoccupa la velocità del mondo in cui cresceranno, la pressione a essere sempre qualcosa, sempre visibili, sempre all’altezza. Mi preoccupa la distanza sempre più sottile tra quello che si è e quello che si mostra. Ma allo stesso tempo vedo anche delle possibilità che la mia generazione non ha avuto: più libertà di scelta, più strumenti, più apertura mentale. Quello che vorrei davvero non è proteggerle da tutto, perché non è possibile. Vorrei dare loro gli strumenti per stare dentro il mondo senza perdersi. Vorrei che imparassero a riconoscere la propria voce, anche quando fuori c’è rumore. Che capissero che non devono essere perfette, ma presenti. Che non devono aderire a un modello, ma costruire il loro. Ecco, come scrivo nel libro, da giornalista ho visto e raccontato tante storie in più di 20 anni e la cronaca oggi ci riporta casi agghiaccianti: ecco, questo mi spaventa. Alla fine, credo però che essere genitori significhi proprio questo: non indicare una strada precisa, ma aiutare qualcuno a non smarrirsi mentre cerca la sua, e soprattutto, da madre, credo che ognuna di noi debba “far pace con la propria imperfezione per insegnare ai figli a far pace con la loro”: anche questo lo scrivo nel libro!».

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