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Barbara CarfagnaBarbara Carfagna, in surf verso il futuro
di Giuseppe Bosso

Incontriamo nuovamente Barbara Carfagna.

Bentrovata Barbara. Ti ho intervistata la prima volta nel 2007 e da allora molte cose sono cambiate, la tua carriera non si è certo limitata alla conduzione del Tg1 ma si è allargata con Tv7, Codice - La vita è digitale e non solo. Come hai affrontato questo passaggio da inviata e conduttrice di telegiornale a questi spazi di approfondimento?
«Non ho vissuto questo come un passaggio ma come un’integrazione. Infatti continuo a essere sia inviata che conduttrice, per il tg, gli Speciali e per Codice. Oggi, guardando indietro, sembra strano che ci fosse una ripartizione netta di ruoli. Non ha senso, anzi appare poco professionale, che un conduttore resti distante dalle notizie in questo ventennio in cui perfino i media si integrano tra loro. L’autorevolezza si conquista anche perché i fatti e le analisi vengono elaborati grazie alle caratteristiche dell’intelligenza umana: i sensi elaborano le informazioni stando dentro le situazioni, non pensandole».

Hai dedicato molte puntate ai temi legati al futuro e alle innovazioni tecnologiche, tema più che mai attuale in questo momento in cui l'intelligenza artificiale è una realtà che però sta emergendo soprattutto nei suoi aspetti contraddittori: fino a che punto la tecnologia è uguale progresso e miglioramento per l'essere umano?
«La tecnologia è parte dell’uomo da sempre ma l’Occidente ha difficoltà a viverla così. Contrariamente a quanto avviene nelle culture e religioni asiatiche o animiste, abbiamo tralasciato di guardare all’ecosistema per “separare” tutto. Così perdiamo molto tempo a definire le differenze (tra intelligenza artificiale e umana, ad esempio. O a preoccuparci solo dei lavori che perderemo con gli agenti artificiali che saranno la vera novità del 2026). Siamo nel pieno di un momento tumultuoso e straordinario, ma per cavalcare al meglio le opportunità dovremmo smettere di utilizzare le categorie del passato o di concentrarci prevalentemente su quelle e gettare solide fondamenta per le prossime generazioni. In fondo quante volte sarà mai capitato o capiterà che ci sia la possibilità di fare qualcosa di così determinante per il futuro dell’umanità? Non capisco i politici che ancora snobbano questi argomenti».

Sei anche molto attiva come editorialista su tematiche legate alle relazioni internazionali, argomento altrettanto cruciale in questo momento storico di preoccupanti conflitti e nuovi assetti: cosa ti ha appassionato maggiormente di questa tematica?
«Mi appassiona l’intersezione tra tecnologia e politica. Il nuovo ordine che sta emergendo (e che per ora sembra più che altro un disordine) è basato proprio su forze vecchie e fonti di potere nuove come energia e AI. Pochissimi politici sanno integrare questi due aspetti e, va detto, quelli che lo fanno sono molto lontani dalla democrazia».

Rispetto ai tuoi primi passi nel mondo del giornalismo è cambiata la tua visione del nostro mestiere?
«Il mestiere è cambiato molto, la mia visione no; ma indubbiamente si deve declinare su una realtà completamente diversa fatta di strumenti che incidono anche sul contenuto».

Guardandoti indietro c'è qualcosa che rimpiangi di non aver fatto o di non aver provato?
«Rimpiango forse di non aver accettato di fare Ballando con le Stelle (un po’ di allegria ci vuole), e di aver lasciato talvolta che qualcuno insinuasse in me dei dubbi sulle mie intuizioni professionali, rallentando il raggiungimento degli obiettivi. Bisogna credere in se stessi. Specialmente ora: un momento in cui l’informazione è dato più che essere su qualcosa per qualcuno. I giornalisti purtroppo sono come soldati: profilati anche sui social; ogni parola ha conseguenze, entra nella memoria collettiva grazie a ChatGPT, Gemini… stiamo dividendo il mondo a pezzi e globalizzando, al contrario, memorie e linguaggi come mai avevamo fatto finora. Ognuno è pioniere in questa nuova Era digitale».

Il futuro ti spaventa o lo affronti con lo stesso atteggiamento con cui affronti il presente?
«Lo affronto come un surfista, che è l'unico modo possibile in questa era: sempre pronti a cambiare rotta se la corrente improvvisamente cambia».

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