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Jennifer Di VincenzoJennifer Di Vincenzo, il mio nuovo inizio
di Giuseppe Bosso

Una doccia fredda per gli spettatori dell'emittente Rete8 in piena estate: Jennifer Di Vincenzo non condurrà più il contenitore mattutino Otto Mattina in Famiglia. L'abbiamo interpellata.

Bentrovata Jennifer. Perdonerai spero se iniziamo così a bruciapelo: ti è dispiaciuto chiudere l'esperienza di Otto Mattina in Famiglia?
«Moltissimo. Sarebbe poco sincero dire il contrario e, se fosse dipeso soltanto dall’affetto che provavo per quel programma e dal rapporto costruito con il pubblico, sarei andata avanti ancora a lungo. Allo stesso tempo, però, sono stati anni molto intensi e anche molto faticosi. Un programma quotidiano in diretta richiede un lavoro enorme, soprattutto quando gran parte di quello che il pubblico vede nasce da una preparazione che non si vede. Otto Mattina in Famiglia, infatti, non era per me soltanto conduzione: preparavo personalmente le scalette, scrivevo i testi, seguivo la costruzione dei contenuti ed ero di fatto anche autrice del programma. Spesso collaboravo anche con la regia, preparando o ideando le grafiche e tutto ciò che serviva a costruire la puntata. Forse dall’esterno si immagina una struttura più ampia, con autori e persone dedicate a ogni singolo aspetto. In realtà ho seguito il programma in maniera molto diretta e molto personale, praticamente dall’inizio alla fine. Ed è stata proprio questa responsabilità a renderlo così faticoso, ma anche così mio. Per questo la chiusura mi è dispiaciuta profondamente: perché non si chiude soltanto un programma, ma un pezzo di vita professionale nel quale ho investito tantissimo. Però oggi riesco anche a guardare a quegli anni con gratitudine, perché mi hanno insegnato moltissimo e mi hanno dato competenze che porterò con me in tutto quello che farò dopo».

Dispiaciutissimi anche gli spettatori che al tuo annuncio ti hanno inondata di messaggi di affetto: quali sono stati, se si può dire, quelli che ti hanno colpita maggiormente?
«Mi hanno colpita soprattutto i messaggi più semplici. Quelli di chi mi ha scritto mi facevi compagnia ogni mattina, oppure di chi mi ha raccontato che il programma era diventato un appuntamento fisso delle proprie giornate. Perché lì capisci una cosa molto bella della televisione locale: dall’altra parte non ci sono soltanto degli spettatori, ci sono persone con le loro abitudini, le loro giornate, a volte anche le loro solitudini. Sapere di essere stata per qualcuno una presenza familiare mi ha emozionata moltissimo. Mi ha colpita anche scoprire che alcune persone, non potendo seguire il programma al mattino per motivi di lavoro, recuperavano poi le puntate su YouTube. Alcuni mi hanno raccontato di essersi imbattuti quasi per caso in Otto Mattina in Famiglia durante una mattina libera e di aver poi iniziato a seguirlo regolarmente online. In particolare ricordo il messaggio di una telespettatrice che mi ha raccontato che lei e il marito, la sera, tornando a casa per cena, guardavano insieme le puntate che non erano riusciti a vedere durante la giornata. È una cosa che mi ha colpita moltissimo, perché significa che il programma era riuscito a entrare nella quotidianità delle persone anche al di là della sua collocazione televisiva. Ma mi hanno colpita anche i messaggi arrivati da alcune famiglie e da persone che avevano trovato in Otto Mattina in Famiglia uno spazio per temi che spesso, purtroppo, fanno più fatica a trovare voce altrove. Abbiamo parlato molto di disabilità, di disturbi specifici dell’apprendimento, di intelligenza artificiale e, più in generale, di questioni che spesso restano sullo sfondo ma che riguardano concretamente la vita di tante persone. Sapere che per alcune famiglie il programma era diventato un punto di riferimento, uno spazio in cui sentirsi rappresentate e una voce capace di amplificare determinate problematiche, per me ha avuto un valore enorme. E poi mi ha colpito la quantità di affetto ricevuto. Non me l’aspettavo in quelle proporzioni e credo sia stata una delle gratificazioni più belle di questi anni».

Cosa ti aspetta adesso?
«Per me si apre una fase professionale nuova all’interno di Rete8: entrerò a far parte della redazione occupandomi di informazione, tornando quindi in maniera ancora più diretta al mio lavoro di giornalista. È un cambiamento importante e lo considero una nuova sfida. Parallelamente, però, continuerò a portare avanti anche i miei progetti. Negli ultimi anni ho capito sempre di più quanto mi piaccia raccontare l’Abruzzo: i luoghi, le persone, i piccoli produttori, le tradizioni, il cibo, le eccellenze e soprattutto le storie che ci sono dietro. Continuerò a farlo anche attraverso i miei canali social, come ho sempre fatto, ma cercando di sviluppare sempre di più un linguaggio contemporaneo. Credo molto nel nostro territorio, ma credo anche che oggi non basti dire che l’Abruzzo è bello o che abbiamo prodotti straordinari. Bisogna saperli raccontare. Servono competenza e conoscenza, che ho cercato di costruire nel corso degli anni, ma servono anche strumenti nuovi. I social, se utilizzati bene, possono avvicinare le nuove generazioni a mondi che altrimenti rischiano di percepire come lontani. È una direzione nella quale voglio continuare a lavorare e sulla quale ho anche alcuni progetti personali».

Ultimamente tramite i tuoi social hai raccontato di un periodo non facile della tua vita in cui purtroppo sei stata vittima di bullismo negli anni della scuola, e di come con gioia hai ricevuto un bellissimo messaggio da parte di una tua insegnante. Cosa ti ha spinto ad aprirti su questa pagina dolorosa, un male purtroppo molto attuale tra i giovani e giovanissimi di oggi?
«Per tanti anni è stata una parte della mia storia che ho tenuto per me. Poi, crescendo, ho capito che raccontare anche le proprie fragilità non significa necessariamente esporsi o cercare compassione. Può significare dare un senso a quello che abbiamo attraversato. Ricevere quel messaggio dalla mia insegnante mi ha riportata improvvisamente alla ragazza che ero allora e mi ha fatto pensare a quanti ragazzi oggi possano sentirsi esattamente così: fuori posto, giudicati, derisi, magari convinti che quello che stanno vivendo durerà per sempre. Io oggi posso guardare quella ragazza da molto lontano e so quanta strada ha fatto. Per questo ho deciso di raccontarlo».

Quale messaggio hai cercato di trasmettere?
«Che quello che gli altri dicono di te non stabilisce chi sei e soprattutto non decide chi diventerai. A quell’età, però, è difficilissimo capirlo, perché una parola può pesare enormemente e il giudizio degli altri sembra definitivo. Vorrei che un ragazzo o una ragazza che sta vivendo qualcosa di simile sapesse che la vita è molto più grande del momento che sta attraversando. E vorrei anche che noi adulti imparassimo ad ascoltare di più. Il bullismo non può essere liquidato come una ragazzata: alcune parole e alcune umiliazioni rimangono dentro per anni».

La chiusura di Otto Mattina in Famiglia metaforicamente rappresenta anche un punto di ripartenza che a volte richiede di dover rinunciare a qualcosa ormai parte di noi per andare alla ricerca di una nuova sfida?
«Assolutamente sì. E forse questa è una delle cose che sto imparando maggiormente in questa fase della mia vita. Siamo portati ad aggrapparci a ciò che conosciamo perché ci dà sicurezza, anche quando sentiamo che dentro di noi qualcosa sta cambiando. Io non rinnego nulla di quello che ho fatto. Al contrario, porto con me ogni esperienza perché mi ha dato competenze, consapevolezza e anche una maggiore conoscenza di me stessa. Ma oggi sento anche il bisogno di evolvere, di sperimentare altri linguaggi, di raccontare altre storie e di costruire progetti che mi appartengano sempre di più. A 43 anni non considero affatto concluso il tempo delle nuove sfide. Anzi. Credo che ci sia un momento della vita in cui inizi a scegliere con maggiore consapevolezza dove vuoi mettere il tuo tempo e le tue energie. E forse è proprio da lì che cominciano le sfide più interessanti».

Tuo marito e i tuoi figli sono i tuoi punti di forza come hai raccontato. Ti senti più orientata a vivere con loro al meglio il presente o a pensare al domani che verrà?
«Sto cercando di imparare a vivere molto di più il presente. Non sempre ci riesco, perché sono una persona che pensa, programma, immagina continuamente quello che verrà. Però i miei figli stanno crescendo e questo inevitabilmente cambia la percezione del tempo. Ti rendi conto che alcune stagioni della vita passano molto più velocemente di quanto pensassi. La mia famiglia resta il mio punto fermo. Mio marito e i miei figli conoscono la parte di me che non arriva in televisione o sui social: le paure, la stanchezza, i dubbi, ma anche l’entusiasmo quasi infantile con cui riesco ancora ad appassionarmi a un nuovo progetto. Il futuro mi interessa e ho ancora tantissime cose che vorrei fare, ma non voglio che la corsa verso ciò che verrà mi faccia perdere quello che ho oggi».

Grazie per la tua disponibilità, Jennifer, in chiusura c'è qualcosa che vuoi dire a me o ai nostri lettori dopo questa nostra nuova, spero non ultima, chiacchierata?
«Prima di tutto grazie per avermi dato ancora una volta la possibilità di raccontarmi andando un po’ oltre quello che si vede in televisione o sui social. Sto vivendo un momento di cambiamento e, come tutti i cambiamenti, porta con sé un po’ di nostalgia ma anche molta curiosità. Continuo a credere profondamente nel giornalismo e nel valore del racconto, qualunque sia lo strumento attraverso il quale quel racconto arriva alle persone. E continuerò soprattutto a raccontare questa terra. L’Abruzzo ha ancora moltissime storie che meritano di essere conosciute: persone, luoghi, tradizioni, produttori che custodiscono un patrimonio enorme. Mi piacerebbe contribuire a raccontarlo con uno sguardo contemporaneo, senza retorica e senza trasformarlo in una cartolina, cercando invece di far capire anche alle nuove generazioni quanto valore abbiamo intorno a noi. Quanto al resto, non so esattamente dove mi porteranno i prossimi anni. E forse, per una volta, mi piace anche non saperlo».

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