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Cristina RaschioCristina Raschio, l’Italia dopo il covid
di Giuseppe Bosso

Intervistiamo Cristina Raschio, giornalista di Rainews 24, redazione economica.

Cosa ha rappresentato per te l’arrivo alla Rai?
«Una grande occasione che ho potuto cogliere. La Rai è quanto di meglio possa trovare un giornalista, per strutture, attrezzature e organizzazione, ed è un’azienda che valorizza tantissimo i suoi dipendenti e che mi ha permesso di conoscere e lavorare al fianco di validi colleghi molto professionali. Anche durante questo lungo periodo di lockdown ho avuto conferma di questo».

Un aneddoto o un episodio che ritieni abbiano segnato il tuo percorso.
«Ogni momento, ogni esperienza mi ha sempre lasciato qualcosa. Certo occupandomi di economia molto più spesso devo confrontarmi con dati, numeri, percentuali e anche con le storie non facili di chi ha vissuto e vive la crisi. Ma anche questo è un lato positivo del nostro mestiere, dare voce a chi non ne ha».

Esiste una tua giornata tipo o anche per te come per molte altre colleghe ogni giorno fa storia a sé?
«Sì, tutto dipende dal lavoro che c’è da fare: ci sono giornate in cui si può lavorare da redazione, per esempio quando l’Istat fornisce dati sui quali bisogna impostare un servizio per renderli il più comprensibili possibile a tutti, e giorni in cui invece si esce per fare interviste, seguire conferenze».

Come hai vissuto i due mesi di lockdown?
«Avrei voluto andare dalle mie parti in Piemonte, a raccontare come i miei conterranei fronteggiavano questa emergenza e come erano cambiate le loro vite; non ho comunque rimpianti, mi sono dedicata alla mia bambina, ed è a lei che ho dato priorità, come tante donne che hanno dovuto contemperare insieme due esigenze. Vederla crescere, a maggior ragione con questo lavoro che ti porta lontano molto spesso da casa, è una gioia che poi ti ritorna. Ho potuto vedere come i bambini hanno vissuto questo periodo particolare, con le scuole chiuse».

A distanza di un paio di settimane dalla riapertura graduale riscontri più preoccupazione per il futuro o voglia di lasciarsi alle spalle questi momenti non facili?
«Direi metà e metà. Da una parte questo periodo di lockdown per molti è stato vissuto come il peggiore degli incubi, che nessuno avrebbe potuto immaginare. Vedere ad esempio le immagini da Washington della marcia per George Floyd, con i partecipanti coperti dalle mascherine, era una cosa che mai un anno fa avrei pensato potesse capitare. Stiamo vivendo la peggior crisi del dopoguerra, che purtroppo già sta manifestando i suoi effetti. Ma dall’altra parte vedo anche tantissime persone che stanno lottando per restare a galla, che guardano al futuro con speranza e non con rassegnazione».

E tra i tuoi colleghi che sensazioni riscontri?
«C’è preoccupazione, siamo umani non supereroi, ma si va avanti. Il nostro obiettivo resta informare gli italiani nel miglior modo possibile, è la nostra priorità. Combattiamo un nemico invisibile, che ancora non conosciamo bene e speriamo si trovi presto un vaccino. C’è un Paese da ricostruire su queste macerie».

Durante questo periodo grande utilizzo hanno avuto programmi di comunicazione a distanza: l’emergenza può fornire spunti per il futuro come in questo caso?
«Secondo me in parte è auspicabile, non in toto. La qualità non ha prezzo, è ovvio che il lavoro di un operatore, di un microfonista è impagabile e prezioso, ma quando ci sono emergenze così ben venga la tecnologia. Potrebbe diventare un’opportunità da continuare a usare, come lo smartworking, premettendo che il lavoro della persona deve sempre venire al primo posto».

Che Italia immagini di raccontare da qui a un anno?
«Un’Italia alle prese con grandi sfide da concretizzare e realizzare, con l’obiettivo di migliorare sotto tanti aspetti, dalle infrastrutture alla pubblica amministrazione. Ma se permetti preferirei risponderti con una prospettiva più lunga, tra dieci anni. Un’Italia più connessa alle infrastrutture digitali e materiali, con tanti giovani italiani che torneranno per lavorare nel loro Paese, con soldi per ricerca, istruzione e sanità. Chi non si è potuto operare o visitare nei mesi di lockdown ora arriva in ospedale magari con patologie avanzate. La sanità sarà sovraccarica di lavoro e quindi ha bisogno di sostegno e risorse».

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