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Roberta SpinelliRoberta Spinelli, Eleonora Daniele mi disse…
di Giuseppe Bosso

Inviata di Storie Italiane, trasmissione mattutina di Rai 1 condotta da Eleonora Daniele, incontriamo Roberta Spinelli.

Gioie e dolori di una vita da inviata per raccontare l’Italia per la trasmissione Storie Italiane.
«Prendi una bambina di quattro anni, mettila in una stanza con tantissimi giochi e osservala mentre, spingendo la sedia, si arrampica fino a raggiungere la scrivania. Prende carta e penna e iniziare a scrivere… o meglio a scarabocchiare. Non so indicare il momento in cui ho capito che non avrei potuto fare altro e, devo dire, finora ho fatto della mia passione la mia professione, adattandomi al mezzo senza mai perdere la grinta, la curiosità, la scrupolosità e la testardaggine. Qualità preziose allora come oggi! Le gioie e i dolori fanno parte della nostra vita e, dunque, della nostra professione, ma quando, come me, sei mossa dall’ostinazione di capire ciò che non è chiaro, dal ricercare le fonti e operare sul campo per provare ad arrivare alla verità e dare voce a chi spesso voce non ha, i “dolori” passano in secondo piano. È proprio quando sei sul campo, a contatto con le persone, riesci a dare un senso ai sacrifici fatti e a quelli che sai di dover fare, in un percorso che è in salita. Per chi si occupa, soprattutto, di cronaca e attualità, è fondamentale seguire i criteri che permettono di non valicare i limiti del diritto di cronaca, senza spettacolarizzazioni, soprattutto senza spettacolarizzare il dolore. Per un’inviata è impossibile non essere sempre “sul pezzo”! Giornalismo sul campo, tra la gente e nelle storie: è così che si può portare il telespettatore all’interno del caso che si sta seguendo. Ed è quello che cerco di fare sempre, perché sono convinta che chi è sul campo testimonia, racconta e può dettagliatamente spiegare quello che avviene. Ciò, ovviamente, impone qualche sacrificio. Storie Italiane è un programma che va in onda ogni giorno. Per un’inviata non ci sono festività, ferie o feste programmate… l’unica cosa certa è avere la valigia a portata di mano ed essere pronta a seguire anche casi complessi! Dover rinunciare ai propri affetti non è facile, ma per chi ama il proprio lavoro, nulla può essere più forte e grande della passione per ciò che si fa. Un lavoro che richiede impegno, tanta, tanta determinazione e soprattutto una passionaccia che ti fa superare ogni ostacolo».

Spesso deve purtroppo occuparsi di vicende tristi, dolorose anche come delitti o casi che hanno fatto scalpore come la ultima vicenda della preside di un liceo. Come cerca di porsi rispetto a questi fatti nel raccontarli?
«In modo obiettivo, anche se l’obiettività assoluta non esiste, ma è un traguardo a cui tendere! È importante rispettare sempre la dignità dei protagonisti delle vicende e non annullare la sfera umana: non posso, non voglio e non riesco a dimenticare di avere a che fare con delle persone… Un caso non lo si tratta solo a telecamere accese. Ciò significa lavorare oltre 20 ore al giorno per cercare di arrivare alla verità e risolvere eventuali problemi. E poi c’è l’aspetto umano. Un contatto con le vittime, spesso sole, che trovano in te, in quel momento, una persona di cui fidarsi, con la quale parlare e in cui riporre anche grande fiducia… credo non si debba mai venire meno ai propri impegni tradendo la fiducia riposta in noi. Inoltre, mai valicare quella linea sottile che unisce il giornalista alla protagonista (o al protagonista) di un caso, in nome dell’esclusiva. Occorre sapersi fermare e valutare obiettivamente e, soprattutto, occorre sempre rispettare protagonisti e persone coinvolte, siano esse vive o, purtroppo, decedute. L’etica e la deontologia professionale sono, per me, imprescindibili nell’approccio alla notizia e non è sempre facile bilanciare il diritto-dovere di informare col diritto di essere informati. Ecco perché è fondamentale conoscere e attenersi al Testo unico dei doveri del giornalista. C’è anche un altro aspetto importante: anche le parole, in un servizio o in una diretta, pesano, ancor più se un linguaggio sbagliato viene utilizzato per descrivere la violenza contro le donne. È indispensabile trovare le parole giuste per trattare un tema tanto delicato, per rispettare le donne e non colpevolizzarle, ricordando sempre che si tratta di vittime. Le parole possono, infatti, far seguire alla violenza fisica, che segna per sempre, una violenza psicologica che non si rimargina, di cui l’autore non è più il partner. Soprattutto per il ruolo che assolve un giornalista, usare le parole giuste fa sì che l’opinione pubblica percepisca il fenomeno per come è davvero».

Rispetto a due anni fa, per quello che ha potuto vedere, facendo un confronto tra l’Italia del “prima” dell’insorgere della pandemia e quella di adesso che a poco a poco, sia pure non ancora definitivamente, ne sta venendo fuori, ritiene che davvero, come si diceva allora, sia “andato tutto bene”?
«Direi: purtroppo no. La storia non ha insegnato nulla neanche questa volta. Sono aumentati i femminicidi, i suicidi, le violenze di genere e, soprattutto, sono aumentati gli episodi di violenza tra i giovani, che non si limitano più a liti verbali o sporadiche azzuffate, ma che si esprimono con vere e proprie aggressioni da condividere con il branco. Gruppi di giovani il cui obiettivo è di amplificare, divulgandoli sui social, i loro gesti violenti. Si sono persi valori importanti. È come se la pandemia e l’isolamento che ne è conseguito abbiano incattivito le persone piuttosto che renderle più solidali, facendo emergere un problema sociale che era, fino al 2020, latente».

E l’attualità è anche questa terribile guerra che improvvisamente è esplosa e che sta avendo in varie forme ripercussioni anche sulla nostra vita: parlando dal punto di vista strettamente giornalistico, è comunque un periodo che può rappresentare una buona occasione di crescita professionale?
«The bad news is a good news. Le notizie cattive prendono gran parte dello spazio in programmi di attualità, dal day time alla prima serata. Ma non credo che la guerra o le cattive notizie possano essere un viatico per iniziare a svolgere la professione giornalistica. Si cresce, umanamente e professionalmente, ogni giorno e, nel nostro lavoro, si cresce facendo esperienza sul campo anche quando si parla di cronaca bianca e notizie a lieto fine. Il lavoro del giornalista è, almeno per me, il più bello, ma anche il più difficile e quando vai avanti contando sulle tue forze e sulla tua esperienza, prima ancora che sul gruppo di lavoro (importante soprattutto per chi si trova “sul campo”), la strada da fare non solo è ripida, ma anche piena di ostacoli… Posso, comunque, affermare che sono felice di percorrerla con fatica e a testa alta. Ed ogni passo equivale ad un momento di crescita!».

Quali sono state le vicende e le storie da raccontare che l’hanno maggiormente coinvolta in questi anni?
«Rispondere è impossibile perché ogni storia mi ha coinvolto e ho trattato ogni caso come fosse il primo e il più importante, con l’obiettivo di arrivare alla verità e di dare voce a chi, troppo spesso, voce non ha».

Come descrive Eleonora Daniele, conduttrice della trasmissione, e come interagite, lei e gli altri suoi colleghi inviati e inviate, con lei al di là dei collegamenti?
«Eleonora è una conduttrice presente che non lascia nulla al caso scegliendo con cura ogni argomento. Ricordo il primo incontro con lei: fu il primo colloquio. Bastarono pochi minuti e, con l’intuito che la contraddistingue, che è poi una delle chiavi del successo del programma che conduce, mi disse: “Sento che devi fare parte della squadra”. Un’opportunità: quella che pochi ti danno. Lavoriamo insieme dal 2018 e con lei ho portato avanti le inchieste più importanti. Da subito si è creato un rapporto speciale: lei è molto amorevole e premurosa, ma allo stesso tempo decisa e dura! Eleonora, come me, entra nelle storie, ciò significa condividere con lei e con la squadra di autori e redattori non solo casi, ma anche emozioni. Inoltre, con Eleonora c’è un rapporto diretto, lei si fida e, saggiamente, in alcune circostanze si lascia guidare da chi si occupa di un determinato caso... perché gli occhi degli inviati diventano quelli del pubblico e ancor prima di Eleonora che conduce dallo studio. Ciò rende più facile anche il lavoro di inviata sul campo che svolgo e svolgiamo con grande serietà, impegno e professionalità».

Le sta stretta questa veste di inviata in giro per l’Italia, in termini di prospettive future?
«Affatto! anzi… Se pensa che, all’inizio della carriera accademica, volevo fare l’inviata di guerra, la risposta è presto data! Non mi pongo limiti e amo le sfide. Da inviata, o in qualsiasi altro ruolo, ciò che conta è continuare a seguire la strada che sto percorrendo, crescere e migliorare sempre di più!».

E a proposito di futuro, cosa la aspetta questa estate?
«Entrerò a far parte della squadra di un altro programma di successo, a partire da metà luglio- inizio agosto, della Rai della fascia pomeridiana, nonché altre inchieste sotto copertura per il quotidiano la verità. Inoltre potrebbe riprendere anche a firmare qualche pezzo per un programma che tratta temi politici, economici e di attualità, attraverso le storie e i casi di vita quotidiana proviamo a portare la politica fuori dai palazzi e a far vedere sulla pelle dei cittadini l’effetto di alcune scelte e le conseguenze anche e non solo della guerra!».

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