Paola
Nurnberg, cronache da Gerusalemme
di
Giuseppe Bosso
Incontriamo nuovamente
Paola
Nurnberg, attualmente corrispondente da Gerusalemme per il
Tg5.
Bentrovata Paola. Ci eravamo sentiti la
prima volta dieci anni fa, se ricordi. Oggi ti troviamo corrispondente
da Gerusalemme; come sei arrivata a questo importante passo per la tua
carriera?
«Direi che mi sono trovata nel posto giusto al momento giusto. Stavo
lavorando con un contratto a tempo determinato a Mediaset che poi mi ha
portato a questa occasione, che ho colto con piacere avendo una discreta
esperienza sulle tematiche che riguardano il Medio Oriente. Un sogno che
coltivavo da tempo e un colpo di fortuna davvero inaspettato».
Sarà banale chiedertelo ma essere corrispondente da una zona in conflitto
era una delle tue aspirazioni?
«Mi è sempre piaciuto il Medio Oriente, fin dai tempi dell'attentato alle
Twin Towers nel 2001, perché lavoravo da tre mesi proprio a New York e
vivevo dietro le torri; sì avevo questa ambizione e ho sempre sognato di
seguire sul campo questi sviluppi. Da freelance l'ho fatto alcune volte,
sostenendo costi e rischi, mentre alla tv svizzera non avrei potuto avere
questa opportunità che giunge in un momento avanzato della mia carriera».
Come hanno preso i tuoi familiari questa novità?
«Ho perso i genitori presto, e per questo non ho voluto figli, quindi gli
unici legami stretti si limitano a mio fratello e a mio nipote, e dei
cugini. Ma non avrei mai rinunciato a questa possibilità in ogni caso, come
fanno altri colleghi, anche di testate estere. Certo, sapere di
avere qualcuno costantemente in apprensione sarebbe stato più complicato da
gestire».
Quali sono stati finora i momenti più difficili tra quelli che hai
affrontato nella città santa di tre religioni ma intorno alla quale il
sangue del conflitto scorre?
«Non ne ho avuti, per ora, per fortuna. Certo come dici questa è la terra
dove sono nati i tre monoteismi e questo comporta il dover sempre ponderare
bene le parole tenendo presente chi hai di fronte ma anzitutto per non
urtare le diverse sensibilità. Mi sono capitate situazioni che in Italia non
credo avrei vissuto, anche simpatiche, come per esempio con un ebreo
ortodosso incontrato un sabato in mezzo alla strada, che mi aveva chiesto di
accendergli il quadro elettrico dopo che era saltata la luce in casa sua.
Gli ebrei durante lo shabbat non possono usare l'elettricità. In un'altra
occasione invece, la cassiera di un supermercato, col capo velato, di
religione musulmana, non aveva passato sul nastro una bottiglia di vino che
avevo acquistato perché non poteva o non voleva toccarla. Mi rendo conto di
essere spettatrice di un posto che offre una visione del mondo diversa da
quella che abbiamo in Italia, tra contraddizioni e sfumature particolari».
Hai avuto modo di confrontarti con colleghi di altre testate estere in
questo periodo?
«Sì, ci si incontra, si parla tra colleghi di varie nazionalità, alcuni con
alle spalle esperienze precedenti anche in Siria o in Libano. Ci scambiamo
opinioni e anche indicazioni o informazioni sulle storie da coprire.
Quest'anno poi si voterà in Israele, è una scadenza importante. Il confronto
è utile anche per rendersi conto di come spesso abbiamo dei pregiudizi senza
saperlo, e parlare permette di superarli grazie a una diversa visuale.
Partendo dal presupposto che, contrariamente a quanto potrebbe pensare chi
segue le cronache dall'Italia, che il mondo ebraico e il mondo musulmano non
costituiscono due blocchi omogenei. Così come i palestinesi che vivono a
Gerusalemme, che spesso hanno documenti e passaporto israeliano, sono visti
diversamente da quelli che vivono nei territori occupati, o i palestinesi di
religione cristiana rispetto a quelli di religione islamica. E diversa è la
visione della società religiosa israeliana da quella della società laica.
Non si finisce mai di imparare».
Quali sensazioni hai raccolto dalla popolazione di Gerusalemme?
«Gli israeliani mi chiedono sempre che effetto mi ha fatto vivere qui in
questi mesi e come mi trovo; parlando con loro ho capito la profondità del
trauma causato dal 7 ottobre 2023, e anche parlando con arabi mi sono resa
conto che nonostante si parli di continuo di piani di pace questo percorso
sarà molto lungo e travagliato, dato che nessuno ha una visione a lungo
termine».
Come pensi di essere cambiata dopo questa esperienza?
«Sono qui solo da quattro mesi; lascio rispondere a questa bella domanda chi
mi conosce; sto sicuramente provando sensazioni belle e molto intense. Sono
consapevole del privilegio che ho avuto di poter documentare questo momento
storico e anche del prestigio di poterlo fare per un grande network
televisivo; sono sicuramente cambiata professionalmente per i ritmi a cui mi
sono dovuta abituare ma, siccome non amo la monotonia, non è stato
difficile. La cosa più importante però è che stando qui mi sono accorta che
c'è sempre qualcosa che accende la mia curiosità e mi fa stupire ogni
giorno, in cui scopro qualcosa di nuovo».