Anna
Vagli, dentro le persone
di
Giuseppe Bosso
Giurista, giornalista, criminologa e psicologa; ospite di
varie trasmissioni televisive, conduttrice del programma
radiofonico
L’ultima traccia con Lucrezia Scardini e
la presenza fissa di Corrado De Rosa, in onda su Rai Radio1
ogni venerdì alle 23.05, incontriamo
Anna Vagli.
Benvenuta sulla nostra testata, dottoressa. Criminologa,
psicologa, conduttrice radiofonica, autrice... ma chi è
davvero Anna Vagli in tutte queste sue vesti?
«Chi sono davvero? Sicuramente una persona che non si è mai
accontentata della prima versione di una storia. Né di
quella degli altri, né della propria. Mi interessa quello
che resta fuori dall’inquadratura: un silenzio, una
contraddizione, una ferita. Tutto ciò che raccontiamo di noi
ha un davanti e un dietro, e probabilmente io sono sempre
stata attratta dal dietro. Credo che giornalismo,
criminologia e psicologia siano solo tre modi diversi che ho
trovato per cercare la stessa cosa: ciò che non si vede
immediatamente. Poi, però, nel privato mi spoglio di tutti
questi ruoli. Quando si spengono le telecamere, si abbassa
il volume della radio e chiudo i libri, torno a una vita
molto più semplice di quanto si possa immaginare. Una vita
che custodisco gelosamente, forse proprio perché il resto di
me è così esposto. In un tempo in cui sembra che esista
soltanto ciò che condividiamo, io credo ancora nel valore
delle cose che restano nostre. E lì sono semplicemente
Anna».
Quando ha capito che il noir non sarebbe rimasto solo una
passione di lettura?
«Quando il
chi è stato? ha smesso di interessarmi
quanto il
perché l’ha fatto?. Credo che il passaggio
sia avvenuto lì. Il caso di Yara Gambirasio è stato
probabilmente il primo ad assorbirmi completamente, quasi in
maniera ossessiva, e a farmi capire che quella curiosità
stava diventando qualcosa di diverso. Poi la vita mi ha
portata a incontrare personalmente alcuni meccanismi
psicologici che fino a quel momento avevo osservato soltanto
dall’esterno. E credo che quello abbia definitivamente
cambiato la traiettoria della mia vita: ho smesso di voler
capire soltanto che cosa accade nelle storie e ho iniziato a
voler capire che cosa accade dentro le persone».
Si è definita una che "si difende come una tigre nelle
arene televisive", dove lei è ospite assidua: qual è la cosa
più difficile da far capire al pubblico in pochi minuti su
un caso di cronaca nera?
«Che la verità non sta in un minuto e mezzo. In televisione
il rischio è trasformare un’indagine in un referendum:
colpevole o innocente, buono o cattivo, vittima o carnefice.
Ma la cronaca nera non funziona così. Un dettaglio
suggestivo non è una prova, un comportamento strano non è un
indizio e una persona che non ci piace non diventa per
questo un assassino. La cosa più difficile è ricordare che
tra ciò che sappiamo e ciò che immaginiamo c’è uno spazio
enorme. Ed è proprio in quello spazio che, troppo spesso,
nasce il processo mediatico. Perché il sospetto fa audience,
il dubbio molto meno. Ma noi non siamo lì per scegliere un
colpevole: siamo lì per raccontare i fatti. E i fatti, a
differenza del pubblico, non votano».
Dove mette il confine tra diritto di cronaca e rispetto
per le vittime? Le è mai capitato di dire no a un invito o a
un caso?
«Il confine è semplice: la cronaca deve raccontare il
dolore, non divorarlo. Quando una vittima diventa un
personaggio e una tragedia diventa intrattenimento, per me
quel confine è già stato superato. Ultimamente accade
spesso. Sì, ho detto dei no, anche in televisione. Il caso
Garlasco, per esempio, è diventato una guerra di
appartenenza: o sei da una parte o sei dall’altra. E spesso
mi sono rifiutata di indossare una maglia, perché sono una
professionista e il mio contributo deve prescindere dalla
domanda:
Ma tu da che parte stai?. Io sto dalla parte
dei fatti, anche quando i fatti non fanno comodo a nessuno.
E sì, ho rinunciato anche a incarichi di consulenza quando
non condividevo la linea difensiva o non ritenevo di poterla
sostenere professionalmente. Per lo stesso motivo: il mio
nome non è in affitto».
Quanto conta per una criminologa oggi saper raccontare
oltre che analizzare?
«Oggi conta moltissimo, soprattutto nell’epoca del true
crime. Un caso che non sai raccontare rischia di non
arrivare al pubblico; un caso che racconti troppo bene
rischia di smettere di essere cronaca e diventare fiction. È
su quel confine che si misura la responsabilità di chi fa
questo mestiere. Per me raccontare significa rendere
comprensibile la complessità senza sacrificarla allo
spettacolo. Significa costruire un racconto che tenga chi
ascolta dentro la storia, ma senza riempire i vuoti con ciò
che sarebbe narrativamente più affascinante. Perché in un
romanzo i vuoti li riempie lo scrittore; in un caso di
cronaca, se una cosa non la sappiamo, deve restare un vuoto.
Ed è forse questa la sfida più difficile del true crime:
creare tensione senza inventarla, emozionare senza
manipolare e raccontare un “caso” senza dimenticare che,
prima di diventare una storia, è stata la vita di qualcuno».
L'iscrizione all'Ordine dei Giornalisti nel 2020 è stata
una scelta strategica?
«No, tutt’altro. Non è stata una scelta strategica, è stata
una scelta di passione. Io amo scrivere, l’ho sempre amato,
e il giornalismo è stato uno dei primi modi che ho avuto per
trasformare questa passione in un mestiere. E per questo non
smetterò mai di ringraziare il mio primo direttore, Aldo
Grandi, che nel 2018 mi diede fiducia e la possibilità di
partire con una rubrica che si chiamava Sulla scena del
crimine. In qualche modo, già quel titolo conteneva un pezzo
di quello che sarei diventata. L'iscrizione all’Ordine nel
2020 non è stata quindi una mossa studiata a tavolino: è
stata la conseguenza naturale di una strada che avevo già
cominciato a percorrere».
Criminologa-opinionista è ormai un format tv. Questa
sovraesposizione non rischia di svalutare la vostra
credibilità professionale? Crime, podcast, reel da 60
secondi su Instagram... c'è il rischio è semplificare troppo
tra tutte queste fonti?
«Il rischio non è semplificare: è banalizzare. E sono due
cose molto diverse. Un reel di sessanta secondi può
accendere una domanda, non può pretendere di contenere
un’indagine. Il problema nasce quando il linguaggio dei
social ci convince che sessanta secondi bastino per
stabilire chi mente, chi è colpevole o quale sia la verità.
Io cerco di usare ogni mezzo per quello che può dare: un
reel deve aprire una porta, non chiudere un caso. Perché la
complessità si può rendere accessibile, ma non si può
amputare».
Ha definito Yara Gambirasio “una sorella minore” nel suo
libro
Al di là di ogni ragionevole dubbio: lavorare su
casi mediatici così impattanti comporta una gestione
dell'empatia particolarmente forte per non farsene
travolgere; è stato così anche per lei?
«Assolutamente sì. Yara è stato il caso che più di ogni
altro ha cambiato la traiettoria della mia vita e per questo
il coinvolgimento emotivo è stato inevitabile. Ma a un certo
punto impari una regola fondamentale: l’empatia ti deve
permettere di avvicinarti a una storia, non di perderti
dentro quella storia. Se ti fai travolgere, smetti di essere
lucida; se non provi più niente, forse hai smesso di capire
davvero ciò di cui stai parlando. Il difficile è stare
esattamente nel mezzo. Perché dietro un fascicolo non c’è
mai soltanto un caso: c’è una vita che qualcuno non ha più
potuto vivere».
Nel suo ultimo libro
Ti inventi le cose edito da Mondadori ha
affrontato il tema del narcisismo, che è molto gettonato
anche nei suoi ultimi reel e post su
Instagram: tra i mali della nostra epoca in quale
posizione lo collocherebbe?
«Non farei una classifica dei mali della nostra epoca, ma
credo che il narcisismo tocchi un nervo scoperto del nostro
tempo: viviamo in una società che premia l’immagine, la
performance, la ricerca continua di conferme e, soprattutto,
la sostituibilità delle persone. Ma nel mio libro parlo di
narcisismo patologico proprio per sottrarlo alla
banalizzazione social: non basta essere egoisti, tradire o
comportarsi male per essere narcisisti patologici. Il vero
pericolo è che una parola usata per spiegare tutto, alla
fine, non spieghi più niente. E forse il paradosso della
nostra epoca è proprio questo: parliamo continuamente di
narcisismo, ma continuiamo a confonderci quando ce lo
troviamo davanti».
A conclusione della nostra chiacchierata cosa sente di
dire? Ho superato il 'test tigre nelle arene televisive', se
così si può dire?
«Direi di sì, è sopravvissuto. Ma la tigre la lascio alle
arene televisive. Fuori da lì sono molto meno combattiva di
quanto possa sembrare. E forse è proprio questo che mi
piacerebbe restasse di questa chiacchierata: dietro i
titoli, i libri, la televisione, la radio e tutte le
definizioni professionali, c’è una ragazza molto semplice
che continua ad avere una curiosità quasi ossessiva per le
persone e per quello che si nasconde dietro ciò che
mostrano. In fondo, credo che tutta la mia vita
professionale nasca da una sola domanda: “Cosa c’è dietro?”.
E ho il sospetto che non smetterò mai di cercare la
risposta».