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Archivio Telegiornaliste anno XXII N. 19 (830) del 23 settembre 2026

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TGISTE
Elena Redaelli, il domani è già arrivato
di Giuseppe Bosso

Abbiamo nuovamente il piacere di intervistare Elena Redaelli, oggi coordinatrice degli inviati della trasmissione Realpolitik in onda su Rete 4 con la conduzione di Tommaso Labate.

Bentrovata Elena. Ci eravamo sentiti una decina di anni fa, poco prima della tua parentesi americana. Quanto è stata importante per te quella parentesi?
«Si è rivelata una parentesi fondamentale. Sono passati esattamente 12 anni da quel viaggio nel New Jersey. Nei mesi estivi i programmi di informazione Mediaset della testata Videonews per cui collaboravo non erano in onda, decisi di fare valere quei 3 mesi con un internship Oltreoceano: comprai un biglietto per Philadelphia, ospite della stessa famiglia italo-americana che per motivi di studio aveva già accolto mio fratello. Ricordo quella del 2014 come un'estate magica, in cui partecipai attivamente alla campagna elettorale di alcuni esponenti di spicco del Grand Old Party, tra cui la senatrice Dawn Addiego e l'assemblyman Joe Howarth. Giravamo la contea di Burlington consultando l'elenco degli elettori repubblicani e il candidato spiegava porta a porta i punti del suo programma portati a termine nel mandato. Casa per casa, chiedeva il voto della rielezione. I social erano stati determinanti nella campagna per la riconferma di Obama, eppure a livello locale quello che contava davvero era il radicamento sul territorio. A metà agosto di 12 anni fa, nel cuore della notte (in Italia erano le 9 del mattino), mi chiamò lo staff del Premio Ilaria Alpi, per comunicarmi che la mia inchiesta sulla Neet Generation per Italia 1 era in finale. E così il sogno americano è diventato italiano. Senza la vittoria del Premio Alpi e qualche anno dopo l'assunzione in Mediaset, forse, sarei rimasta all'estero».

Poi però sei tornata in Italia, varie trasmissioni a Mediaset fino a Realpolitik. Come hai visto cambiare il mondo della comunicazione e dell'informazione (e non uso a caso due termini distinti) in questi anni?
«Il mondo della comunicazione e dell'informazione frequentemente si intrecciano, ma parliamo di professionalità distinte. Faccio un esempio nel mio campo, il giornalismo politico: i portavoce tendono a comunicare con i giornalisti diramando note via Whatsapp. E sempre più spesso i politici comunicano direttamente sui social, con post, dirette e video autoprodotti. Io che mi occupo di informazione politica non mi fermo alla nota, cerco sempre il retroscena, l'episodio pregresso rispetto alla nota e comunque di dare l'esatta interpretazione di quella nota all'interno di un quadro di alleanze politiche o - nel caso di una comunicazione di Palazzo Chigi - tenendo sempre presente il contesto geopolitico e le mosse degli altri capi di Stato e di governo. In generale, comunicare è diventato sempre più immediato attraverso le piattaforme di messaggistica e i social, mentre informare si sta rivelando sempre più complicato: bisogna "sapere vedere" qual è la notizia. E soprattutto verificarla».

Avvertiamo una crescente sfiducia nella nostra categoria, in parte dettata da una maggiore disponibilità di mezzi di comunicazione alla quale non si è affiancata però una altrettanto crescita qualitativa, unita purtroppo anche a una sorta di perdita di credibilità negli ultimi anni. Quale credi sia lo sforzo maggiore che dovremmo compiere in questo senso?
«La verifica delle notizie è alla base del nostro mestiere. E con l'affermarsi dell'intelligenza artificiale, il lavoro giornalistico deve diventare sempre più accurato: per esempio, in questi anni ho seguito diversi corsi di aggiornamento per riconoscere nel dettaglio se un video o una foto sono stati alterati, oppure se appartengono ad altri contesti e dunque non necessariamente sono falsi, ma semplicemente riconducibili a un altro anno o a un altro luogo. Durante l'assalto a Capitol Hill - in regia per Stasera Italia - per fortuna la concitazione della diretta non mi ha fuorviato: ho mandato in onda solo video social verificati e attendibili di quello che stava succedendo a Washington».

Qual è stato negli ultimi anni il servizio o l'inchiesta che ti ha emotivamente coinvolta di più?
«Da inviata sul campo, nel 2016 ricordo la mia inchiesta per Quinta Colonna sui crolli nel Centro Italia seguendo il filone degli appalti e della corruzione: la scuola di Amatrice si era sbriciolata nonostante fosse stata ristrutturata due anni prima con 700mila euro di fondi. Da line (ovvero da giornalista che fa coordinamento in redazione) riaffiorano alla memoria momenti molto diversi tra loro: la sera del 14 luglio 2016 allertai la Direzione di Newsmediaset dell'attentato in corso a Nizza e rimasi in piedi tutta la notte a coordinare i colleghi che erano partiti; il 6 gennaio 2021 - mentre ero in regia per Stasera Italia - l'assalto al Campidoglio degli Stati Uniti, che Barbara Palombelli raccontò in una lunga diretta; la sera di sabato 7 marzo del 2020 la chiusura della Lombardia per l'emergenza Covid, una puntata condotta da Veronica Gentili; per le restrizioni Covid mi ritrovai in regia da sola ad affrontare quell'avvenimento inimmaginabile. Non sempre siamo noi a scegliere quali storie raccontare: il primo gennaio mi trovavo in regia a Cologno per 4 di Sera, con Roberto Poletti e Francesca Barra abbiamo seguito in diretta gli sviluppi della tragedia di Crans Montana. Nelle settimane seguenti, a Realpolitik, condotto da Tommaso Labate, ho coordinato i colleghi inviati che si sono alternati sul campo tra la Svizzera, la Corsica e Ginevra, tenendo il filo delle loro inchieste. 7 mesi dopo, per Zona Bianca di Giuseppe Brindisi, mi sono occupata del blocco del programma in cui era ospite Leonardo Bove, uno dei sopravvissuti a Crans che ha raccontato il suo ritorno alla vita. A volte sono le storie che inspiegabilmente scelgono noi».

Negli ultimi anni purtroppo tra le notizie che spesso anche tu sei costretta ad affrontare l'inquietante e sempre maggiore allargamento di episodi di violenza, spesso tragici, soprattutto nei confronti dei soggetti più fragili. Anche dalla tua prospettiva di mamma come affronti questi eventi, ed eventualmente ti capita di essere coinvolta in eventi e iniziative di prevenzione?
«Mia figlia ha compiuto 4 anni. 4 anni segnati dalla guerra in Ucraina, il conflitto tra Israele e Gaza e la guerra tra Israele/Usa e l'Iran. 4 anni segnati da decine di femminicidi e casi di bambini maltrattati e uccisi dai genitori. Raccontare la politica è il mio rifugio. Ho seguito diversi corsi di aggiornamento sull'uso del linguaggio giornalistico nei casi di femminicidio, ma il racconto della realtà mette a dura prova e non si è mai preparati abbastanza: come line per Realpolitik, recentemente mi sono occupata del caso di Federica Torzullo ad Anguillara. Al momento cerco di tenere lontana mia figlia dalle notizie di cronaca e in generale "sul campo" cerco di educarla alla bontà d'animo. Mi ha addolorato la storia del clochard massacrato di botte nell'indifferenza generale a Caserta: il giorno di Natale, proprio a uno di quei senzatetto in piazza, mia figlia aveva fatto l'elemosina».

Un'ultima considerazione sempre pensando alla tua bambina: la sua nascita ha cambiato la tua prospettiva del domani che verrà?
«Se in passato la mia prospettiva del domani coincideva con il racconto quotidiano della realtà come inviata sul campo, il mio orizzonte ora è lasciare in eredità a mia figlia gli strumenti per crescere in un mondo con sempre meno bambini, dove le relazioni sono sempre più mediate da telefoni e schermi e l'intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente il mondo del lavoro. Dopo essermi occupata di Neet Generation, custodisco nel cassetto il sogno di lavorare a una docuserie sui giovani campioni olimpici sempre per una rete giovane come Italia 1. Potrebbe essere un modo diverso per raccontare le fragilità delle nuove generazioni e il loro riscatto attraverso lo sport. Il domani è già arrivato».
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TUTTO TV
Giulia Nannini, non mollare mai
di Giuseppe Bosso

Ritroviamo con piacere Giulia Nannini. Una ragazza che dopo la primissima esperienza su Raiuno nella storica trasmissione A Sua immagine di Raiuno si è divisa tra radio e televisione. Ci racconta il suo percorso, non sempre lineare, ma che ha proseguito senza sosta con resilienza e costanza.

Bentrovata Giulia. Ci eravamo conociuti nell'autunno del 2013 quando avevi appena sostituito Francesca Fialdini come volto del programma A Sua immagine. Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora, tra radio e televisione hai spaziato davvero tra tante cose. Cosa ti ha spinto ad andare avanti?
«Ero davvero giovanissima allora (ride, ndr); sono successe cose belle e meno belle come capita a tutti; ho fatto l'autrice per Amadeus per l'evento Suzuki all'Arena di Verona, per l'Anteprima di Viva Rai 2 di Fiorello; ho condotto su Radio 2 Sogni di gloria sui giovani talenti; ho affiancato Padre Enzo Fortunato nella trasmissione In cammino... ma ci sono stati periodi non altrettanto favorevoli come l'anno scorso in cui ho lavorato meno, momenti in cui bisogna saper resistere e non mollare. Quest'anno fortunatamente le cose sono andate meglio, dal lunedì al venerdì mi potete ascoltare nella trasmissione Non solo parole con Noemi; il sabato Serial con Alessandro Allegra; sono autrice della trasmissione Cinema e Luce condotta da Elena Ballerini su Rai 2 e per il programma condotto da Gianni Ippolti intitolato Genitori, che fare?. E naturalmente continuo a condurre In cammino su Rai 3 con Padre Enzo Fortunato… sarà un anno fantastico!».

E parlando della tua esperienza radiofonica notiamo, anche dai tuoi reel su Instagram come quotidianamente intrattieni gli ascoltatori tra una canzone e l'altra con aneddoti e curiosità. Viviamo in un'epoca dove mantenere la soglia dell'attenzione sembra sempre più difficile, in che modo cerchi di superare questo ostacolo?
«Cerco soprattutto di dare informazioni agli ascoltatori, sperando che a fine trasmissione qualcosa gli resti. Tutti conosciamo la canzone Stand by me di Ben E. King, ma non tutti sanno che è una canzone nata inizialmente come brano di chiesa, per fare un esempio. In radio devi gestire un mezzo che non dispone di trucco e di tutti quegli accorgimenti che caratterizzano la trasmissione televisiva, è una bella sfida conquistare e intrattenere il pubblico solo con la voce. Ed è uno dei motivi per cui amo questo media».

Ma che comunque ti permette di avere un filo diretto più intenso con l'ascoltatore, anche tramite il gioco di squadra con compagni di viaggio come Noemi.
«Sì, mi trovo benissimo con lei in queste prime puntate, dove ci è sembrato di lavorare insieme da anni. Spero che questo venga percepito dagli ascoltatori. Non sempre si trova questa connessione, mi trovo benissimo anche con Allegra e con Padre Fortunato; ma sono consapevole che ogni persona ha il suo carattere, a volte trovarsi bene con qualcuno con cui lavori è questione di affinità , di chimica… e io sono stata parecchio fortunata, ho compagni di viaggio fortissimi!».

Parliamo anche della tua esperienza itinerante nella trasmissione In cammino. Quali sono state in questi anni le tappe e gli incontri che ti sono rimasti maggiormente impressi?
«Questa estate a Napoli sono stata al Santuario di Santa Maria Francesca, gestito da suore, molto per caso in un momento di difficoltà dopo uno strappo muscolare... ma nonostante le stampelle e il dolore, io sono una stakanovista, non sono mancata un giorno a lavoro. E per caso mi sono ritrovata in quel sanrurari per In cammino con padre Enzo, ho avuto la fortuna di trovarmi al posto giusto al momento giusto; quelle suore mi hanno davvero sollevato, ne sono uscita emozionata e rigenerata, nonostante quel dolore».

Vorrei parlare anche di un podcast che fino a un anno ti ha vista protagonista Fallimenti di successo: hai cercato in qualche modo di esorcizzare questa parola che i nostri tempi sfrenati vivono come una condanna irrimediabile?
«Il fallimento è il nostro più grande successo, non si fallisce mai se ci si prova. È questa la mia mentalità, sbagliare è la cosa più bella che ci può succedere; viviamo momenti in cui ci sembra che tutto vada male, che fanno schifo, ma paradossalmente ci accorgiamo superata quella fase iniziale che c'era un motivo per cui quel periodo è venuto, con tutte le tristezze che ci ha portato, ma che ripensandoci ci fa dire :meglio sia successo. È stato bellissimo raccontarlo in quel podcast dove ho incontrato le sconfitte di tanti personaggi, sportivi e non solo. purtroppo non riuscivo a coordinarlo con il lavoro in Rai, non avevo abbastanza tempo per seguire entrambi. Queste storie mi hanno fatto capire che non possiamo forzare le cose, possiamo metterci tutto il nostro impegno per far accadere le cose, ma a un certo punto dobbiamo fermarci, l'accanimento non ci porta a nulla».

Rileggendo l'intervista di tredici anni fa col senno di poi cosa direbbe la Giulia di oggi di quello che disse allora?
«Tieni duro, non hai ancora visto nulla, è tosta ma non mollare (ride, ndr)».
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DONNE
Francesca Caon, occhio alle shitstorm
di Tiziana Cazziero

Abbiamo il piacere di ospitare nuovamente sulle nostre pagine Francesca Caon per parlare di una importante novità editoriale che la vede protagonista.

Ciao Francesca, esperta e professionista della comunicazione, un percorso formativo importante tra televisione, teatro e pubbliche relazioni. Partiamo dalla tua agenzia Caon Public Relations, non tutti conoscono bene questo lavoro o meglio, che cosa s’intende nello specifico con pubbliche relazioni. Vuoi parlarcene?
«Le pubbliche relazioni vengono ancora spesso confuse con la semplice promozione, mentre hanno una funzione molto più ampia: costruiscono e governano le relazioni tra un’azienda, un brand, un personaggio e i media. Con CAON Public Relations lavoriamo soprattutto sulla relazione con i giornalisti e sulla reputazione: trasformiamo competenze, storie e contenuti dei nostri clienti in notizie e temi interessanti per le redazioni, con l’obiettivo di ottenere interviste, articoli e citazioni senza acquistare spazi pubblicitari. Essere scelti e raccontati da un giornale genera infatti un’autorevolezza diversa rispetto a raccontarsi attraverso la pubblicità. La reputazione, però, non si costruisce solo quando tutto va bene. Le PR diventano decisive anche nei momenti di crisi, perché aiutano a proteggere quel patrimonio di credibilità costruito nel tempo».


Ombrelli per shitstorm è il tuo secondo libro: come nasce la voglia e forse, la necessità di scriverlo?
«Nasce da un paradosso che vedo molto spesso nel mio lavoro: tutti vogliono essere più visibili, ma pochissimi si chiedono cosa succederebbe se quella stessa visibilità improvvisamente si trasformasse in un problema. Nel libro analizzo casi italiani molto diversi tra loro per capire perché alcune crisi esplodono, quali errori le aggravano e quali meccanismi psicologici e sociali ne amplificano la diffusione.
Una shitstorm, infatti, non è semplicemente “tanta gente arrabbiata sui social”: è una dinamica collettiva in cui media, algoritmi, emozioni e bias cognitivi possono alimentarsi a vicenda».

La tua esperienza nella comunicazione ha attraversato la televisione, il teatro per giungere alle pubbliche relazioni, che cosa ti ha affascinato di questo mondo?
«Il teatro mi ha insegnato quanto contino il linguaggio, il corpo e i tempi. La televisione mi ha fatto comprendere la forza del mezzo. Le pubbliche relazioni hanno aggiunto la dimensione strategica.
Mi affascina soprattutto il confine tra identità e percezione: possiamo sapere chi siamo, ma professionalmente dobbiamo anche chiederci cosa gli altri hanno capito di noi. La reputazione nasce proprio lì».

Il mondo dei Social Network oggi può essere un valido aiuto e supporto per la divulgazione del proprio brand, ma spesso le vie misteriose della promozione possono ritorcersi contro: quando entrano in campo i leoni da tastiera e si scatena il fenomeno raccontato nel tuo libro, come possiamo difenderci?
«Prima di tutto evitando di reagire d’impulso. Bisogna capire se la critica è fondata, quanto si sta diffondendo, chi la sta alimentando e se i media stanno entrando nella conversazione. Gli errori più comuni sono rispondere emotivamente, cancellare commenti, minacciare azioni legali, cambiare versione oppure sparire. Difendersi non significa necessariamente contrattaccare: a volte bisogna spiegare, altre volte chiedere scusa, altre ancora scegliere il silenzio. Non esiste una risposta standard, esiste una strategia adatta a quella specifica crisi».

Nel libro racconti casi pubblici importanti che hanno catturato l’attenzione pubblica e scritto pagine di cronaca mediatica, ti va di accennarci qualche caso citato e il perché della tua scelta?
«Perché volevo mostrare quanto il fenomeno sia trasversale. Nel libro compaiono casi legati, tra gli altri, a Chiara Ferragni, Måneskin, Jannik Sinner, Mia Martini, Enzo Tortora, Madame e Giovanna Pedretti. Sono vicende molto diverse, ma tutte mostrano quanto una narrazione pubblica possa diventare potentissima. Uno dei punti centrali del libro è proprio questo: reputazione e verità non sono sinonimi. Possiamo avere ragione e avere comunque una reputazione compromessa, oppure avere responsabilità reali e mantenere a lungo un’immagine positiva».

Il mondo digitale ha rappresentato una rivoluzione nel mondo del giornalismo, come ti sei rapportata con tale cambiamento?
«Il digitale ha democratizzato l’accesso all’informazione, ma ha creato una competizione permanente per l’attenzione. Oggi il giornalismo compete con social, creator, notifiche e contenuti di pochi secondi. Il rischio è che la velocità prevalga sulla verifica o che la ricerca del clic semplifichi troppo vicende complesse. Una reputazione può essere danneggiata in pochi minuti da un titolo o da una narrazione sbagliata, mentre ristabilire la complessità dei fatti può richiedere molto più tempo».

La reputazione mediatica ha un peso importante per l’immagine, ma non è facile gestirla come si pensa. In virtù della gogna mediatica che troppo spesso si scaglia contro nomi importanti e aziende, puoi svelare ai nostri lettori qualche consiglio? Quali strategie possiamo adoperare per non rimanerne vittime?
«Occuparsene prima di averne bisogno. La reputazione si costruisce nel tempo, attraverso credibilità, coerenza, relazioni e autorevolezza. E una crisi andrebbe preparata prima che accada: bisogna sapere chi decide, chi parla e quali sono i possibili scenari. Poi c’è una regola che considero fondamentale: nei momenti di crisi bisogna separare i fatti dalle emozioni. La risposta pubblica non deve servire a farci stare meglio, ma a produrre l’effetto giusto su chi ci ascolta».

L’algoritmo è tutto nella realtà dei tasti, dispositivi e monitor, ma è realmente un alleato oppure diventa pericoloso? Cosa ne pensi?
«Sì, perché premiano ciò che genera maggiore coinvolgimento e le emozioni più polarizzanti, come rabbia e indignazione, sono molto efficaci in questo senso. A questo si aggiungono i nostri bias cognitivi: tendiamo a cercare conferme a ciò che già pensiamo e a seguire più facilmente un giudizio quando vediamo che molti altri lo condividono. La tecnologia, quindi, accelera dinamiche psicologiche che esistevano già prima dei social».

Cosa consigli a chi vorrebbe intraprendere il tuo lavoro da PR?
«Di essere curioso prima ancora che comunicativo. Un buon PR deve leggere molto, seguire l’attualità, capire come funzionano i media e saper distinguere ciò che interessa a un cliente da ciò che può davvero interessare a una redazione e deve imparare ad accettare molti no. Questo lavoro richiede perseveranza, capacità relazionale e umiltà».

I dieci comandamenti della PR rappresenta la tua prima esperienza editoriale, ti va di parlarcene?
«Il primo racconta come si costruiscono autorevolezza, visibilità e reputazione. Il secondo affronta l’altra faccia della medaglia: cosa succede quando quella reputazione entra in crisi e come possiamo proteggerla. In fondo sono due momenti della stessa disciplina: costruire fiducia e sapere come difenderla».

Dove possiamo trovare i tuoi libri?
«Sono entrambi pubblicati da ROI Edizioni e disponibili nelle principali librerie fisiche e online oltre che nel mio e-commerce».

Ringraziandoti per la tua disponibilità finisco le mie interviste lasciando un ultimo spazio aperto: vuoi aggiungere qualcosa che non è stato detto?
«Credo che oggi siamo molto più esposti pubblicamente, ma non ancora abbastanza educati alla reputazione. Chiunque può diventare protagonista di una conversazione pubblica attraverso un video, uno screenshot o una frase estrapolata dal contesto. Per questo servirebbe più responsabilità da parte di chi comunica, ma anche di chi commenta, condivide e giudica. Una shitstorm può durare pochi giorni online, mentre per chi la subisce le conseguenze possono durare per sempre».
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