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Telegiornaliste anno XXII N. 6 (817) del 18 febbraio 2026
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Simona
Branchetti, impegno per le donne
di Giuseppe Bosso
Abbiamo il piacere di incontrare nuovamente uno dei volti più apprezzati
dagli spettatori del Tg5, Simona Branchetti,
che in questi ultimi tempi si è anche cimentata in una interessante e
irriverente esperienza al fianco della scrittrice Elisa D’Ospina,
Sante e Stronze.
Ben trovata, Simona, dopo tanti anni è un piacere
risentirti. Come nasce questo
podcast che stai conducendo con Elisa D'Ospina e con quali intenti?
«Si tratta di un'idea che coltivavo da tempo e che abbiamo realizzato;
abbiamo chiuso positivamente la pima stagione».
Com'è cambiata la tua vita rispetto alla nostra prima chiacchierata non
solo per le varie esperienze che hai avuto?
«Tantissimo; ora sono tornata al Tg5 dopo quattro anni di conduzione di
programmi, un'esperienza nuova che ho vissuto positivamente, che mi ha
aperto a nuove possibilità».
Occupandoti di cronaca anche tu come tanti colleghi e colleghe devi
purtroppo molto spesso raccontare i terribili casi di femminicidio che da
anni si verificano in modo sempre più preoccupante. Sei impegnata anche tu
in iniziative tematiche per contrastare queste tragedie?
«È una tematica che mi sta molto a cuore e nella quale mi sono impegnata per
aiutare le donne a capire quanto sia importante anzitutto emanciparsi dal
punto di vista economico per non essere schiave e non dipendere da nessuno.
È la prima cosa che ricordo a tutte le donne anche nel mio podcast, per
aiutarle a superare quegli stupidi stereotipi che ci vorrebbero vincolare in
una maniera ormai anacronistica; stereotipi che a volte sono stati anche
creati ad arte per tenerci incastrate, come descritto nel libro Il mito
della bellezza di Naomi Wolf dove la bellezza viene strumentalizzata a
seconda dell'uso che se ne fa. Per rispondere alla tua domanda al momento
non ho eventi in programma, ma sarò certamente disponibile qualora si
presentasse l'occasione, proprio per le ragioni che ti ho detto».
Sperimentare un format differente rispetto al telegiornale cosa ha
rappresentato per te?
«Sono due contesti diversi, per ambientazione e pubblico. Ma ugualmente
entusiasmanti, cerco sempre di cogliere le occasioni di crescita quando si
presentano in maniera costruttiva».
Giunta a questo momento sei più proiettata a guardare indietro o a
continuare?
«Non ho rimpianti. Si è sempre pronti a nuove sfide, quello che non si è
riuscito a fare prima si può sempre provare in un'altra occasione
rimettendoci in gioco».
Sono passati due anni dalla scomparsa di
Carlotta Dessì, un momento che emotivamente ti ha colpita come abbiamo
potuto vedere quando proprio tu lo annunciasti in trasmissione. Qual è il
tuo ricordo di lei?
«Una ragazza forte, straordinaria e piena di vita. Avrebbe dovuto lavorare
con me proprio a
Pomeriggio 5, ma purtroppo siamo riuscite solo a farlo
all'inizio. Ma la ricorderò sempre non solo come valida collega ma anzitutto
come amica preziosa con cui ho condiviso esperienze importanti».
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Romina Parisi, Tifo Azzurro e non solo
di Giuseppe Bosso
Dagli inizi in passarella alla conduzione del fortunato
programma calcistico
Tifo Azzurro, programma sportivo ideato da
Max Boscia in onda su Tele A. Incontriamo Romina Parisi.
Benvenuta su Telegiornaliste, Romina. Anzitutto come si è
svolto il tuo percorso artistico che ti ha portato oggi a
essere volto del programma sportivo Tifo Azzurro?
«Il mio percorso è iniziato nel mondo della moda: dopo il
diploma ho frequentato l’Accademia della Moda di Napoli e ho
lavorato come modella tra Milano e Firenze. È stata
un’esperienza bellissima, ma a un certo punto ho capito che
volevo qualcosa che mi rappresentasse di più a livello
comunicativo. L’incontro con la televisione è arrivato quasi
naturalmente: ho iniziato con programmi di moda su Tele A,
poi sono passata alla radio e ai talk sportivi. Da lì il
passo verso il calcio è stato graduale ma decisivo. Oggi
Tifo Azzurro è il risultato di anni di esperienza,
crescita e tanta passione per la conduzione».
Tu e il calcio, un incontro nato per caso o passione
coltivata negli anni?
«Direi un incontro nato per opportunità… e diventato
passione nel tempo. All’inizio mi sono avvicinata al calcio
grazie a una proposta professionale, ma lavorando in questo
ambiente ho imparato ad apprezzarne le dinamiche, l’energia,
il coinvolgimento emotivo. Il calcio a Napoli poi non è solo
sport: è identità, appartenenza, cultura popolare. È
impossibile restarne indifferenti».
Tante sono le trasmissioni dedicate al Napoli: in cosa
cercate di diversificarvi dalla 'concorrenza', per così
dire?
«Credo che la nostra forza sia il tono. Tifo Azzurro
è sì un talk sportivo, ma punta molto sull’equilibrio e sul
rispetto del contraddittorio. In studio ci sono opinioni
diverse, anche accese, ma mai sopra le righe. Cerchiamo di
mantenere un confronto civile, mai urlato. In più, nel tempo
abbiamo dato spazio anche a momenti di approfondimento
legati alla città, alla cultura e ad altri aspetti che
ruotano intorno al mondo Napoli. È un contenitore che parla
di calcio, ma non solo».
Qual è stato il momento sportivo che hai vissuto con
maggiore coinvolgimento, anche se la risposta potrebbe
apparire scontata.
«Probabilmente sì, la risposta è lo Scudetto. Viverlo da
conduttrice, oltre che da tifosa, è stato qualcosa di
straordinario. Sentire l’entusiasmo della città, raccontarlo
in diretta, respirare quell’emozione collettiva… è stato un
privilegio. In quei momenti capisci davvero quanto il calcio
possa unire».
Ti senti in qualche modo anche tu punto di riferimento
per i passionali e appassionati tifosi-spettatori?
«Mi sento soprattutto una presenza familiare. Entrare ogni
settimana nelle case delle persone crea un legame speciale.
Se per qualcuno rappresento un punto di riferimento, mi
rende orgogliosa. Ma vivo questo ruolo con grande senso di
responsabilità e umiltà: il pubblico va rispettato sempre».
Giunta a questo momento della tua vita quali sono le tue
aspettative o sei più orientata a vivere e godere l'oggi?
«Sono una persona ambiziosa, quindi ho sempre obiettivi e
progetti in mente. Però con il tempo ho imparato anche a
godermi il presente. Costruire è importante, ma lo è
altrettanto vivere bene ciò che si è raggiunto. Oggi cerco
un equilibrio: continuare a crescere professionalmente senza
perdere il piacere dell’oggi. Perché alla fine è lì che
accadono le cose più belle».
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Susanna
Previati, raccontare il dolore
di Tiziana Cazziero
Incontriamo la scrittrice Susanna Previati per parlare del suo
libro, edito da Capponi Editore.
Ciao Susanna e ben trovata. Cara Ilka. Lettera da
Auschwizt tratta un tema importante, la shoah: come nasce
l’idea di scrivere questa storia?
«Premetto che questo tema ha suscitato interesse in me fin dalle
scuole medie, l’idea di parlarne e quindi di approfondire
l’argomento si è fatta strada quando ho iniziato a domandarmi di
cosa avrei scritto, che genere mi interessava e cosa volevo
trasmettere al lettore. Mi sembrava giusto chiudere un
capitolo».
Puoi raccontarci qualche aneddoto durante la stesura del
libro?
«Posso dire che inizialmente ho dedicato circa tre mesi alle
ricerche, la sera mi ritrovavo a parlarne con mio marito ed è
sempre stato un colpo al cuore raccontargli cosa avessi
scoperto. Ci sono dettagli che sono riuscita a scovare solo
cercando in maniera approfondita (sono riportati in maniera
veritiera nel romanzo) e sicuramente non lasciano indifferenti.
Le ricerche e la stesura si sono concentrate quasi totalmente in
biblioteca, mi serviva un ambiente neutro dove potermi immergere
nella storia».
Qual è stata la parte più difficile da descrivere e perché?
«Sicuramente raccontare il dolore. In primis non avendo vissuto
questo periodo storico riuscire a comprendere anche solo in
parte la sofferenza che molte persone hanno provato è stato
difficile. In secondo luogo, rendere credibili per il lettore le
emozioni e i sentimenti che le due protagoniste hanno provato è
stata sicuramente una sfida».
Hai pubblicato altri romanzi prima di questo?
«In realtà ho scritto un romanzo diversi anni fa che non ho mai
proposto a nessuna casa editrice. È ancora nell’armadio.
Chissà…».
Raccontaci in breve cosa fai nella vita oltre a scrivere?
«Fino a marzo avevo un posto di responsabilità in un’azienda
edile, posto che ho lasciato perché non ero più felice. Ho
deciso di prendermi questo anno per dedicare più tempo alla
famiglia e nel frattempo ho ripreso in mano questa mia passione
per la scrittura. Sarebbe bello continuare…».
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
«Posso dire che scrivere per me è terapeutico. Puoi essere chi
vuoi, puoi decidere quale storia vivere e quali emozioni
provare. È un rifugio, un posto che è solo mio, un luogo dove
nessun altro ha voce in capitolo. Scrivere mi fa stare bene, mi
rende migliore».
Hai altri progetti editoriali in vista?
«Ho terminato da poco un giallo e sto lavorando ad un nuovo
progetto».
Vuoi aggiungere qualcosa che non è stato detto? Questo spazio
è tuo.
«Mi piacerebbe aggiungere due parole sul romanzo. Ho scritto
questo testo pensando agli studenti, dalle scuole medie in su.
Mi piacerebbe diventasse un progetto, un approfondimento
scolastico. Tutti i dettagli storici sono reali, sono riportate
curiosità sulla vita nei campi di concentramento, sulla
propaganda nazista, sul ciclo nelle donne, sugli scherzi subiti.
Si parla poi di solidarietà, di amicizia, di diversità. Bisogna
pensare che le guerre non iniziano mai improvvisamente, in
questo caso si è vissuta una lenta discriminazione. Rendere
consapevoli i giovani potrebbe evitare atrocità future. Inoltre
sarebbe un bel progetto a 360 gradi, affrontando temi molto
importanti».
Grazie per la disponibilità.
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