
Telegiornaliste
anno XXII N. 20 (831) del 30 settembre 2026
Livia
Carandente, libri e podcast
di
Giuseppe Bosso
Giornalista e scrittrice, abbiamo il piacere di incontrare
Livia Carandente, per
parlare dei suoi libri e dei suoi attuali progetti professionali e di vita.
Il tuo percorso giornalistico si è articolato finora tra testate,
televisione e podcast su
YouTube: cosa ha acceso in te il 'fuoco' di cui parlano i nostri
colleghi?
«Ero bambina e mi piaceva raccontare storie; intervistavo parenti e amici
per conoscere il loro intimo, le ragioni che avevano sostenuto le loro
scelte. Nel tempo ho limato quella che ho compreso essere una vocazione
professionale. Non ho sempre potuto scrivere quello per cui nutrivo
interesse, fino a quando non ho iniziato ad ideare contenuti. Il "fuoco
delle ispirazioni" si è rigenerato ed alimentato nel tempo. Dapprima con un
format tv, poi una rubrica dedicata alle donne fino ai libri e poi i
podcast».
Come nasce il tuo podcast Il mio spazio, quali sono le puntate che
hanno ricevuto più riscontro dai tuoi follower e se puoi anticiparci quali
saranno i prossimi argomenti che affronterai?
«Sono molto affezionata a questa rubrica; è stata una scommessa con me
stessa. Desideravo testimoniare certe scelte valoriali che sembravano
demodé; così, nonostante inizialmente fossi imbarazzata, ho cominciato in
punta di piedi a parlare di me, del mio cammino spirituale, delle scelte
controtendenza e della bellezza di non arrendersi alle brutture a cui
assistiamo quotidianamente. Ho raccolto entusiasmo e soprattutto tanti
incoraggiamenti, in particolare con le puntate dedicate al matrimonio ed
alla crescita dei figli. Le orecchie hanno sete di speranza e di concetti
che richiamino all'umanità. Non ho ancora programmato i prossimi contenuti.
Anzi, si accettano volentieri eventuali spunti».
I tuoi due libri sono un'autobiografia di quello che hai vissuto nel
percorso che ti ha portato alla maternità?
«Sono autobiografie romanzate. Ho preso spunto dalla mia storia con tutte le
sue vicissitudini per diramare dei messaggi e ho caricaturato certe persone.
Anche per poter sottolineare dei concetti forti. Qualcuno avrebbe potuto
riconoscersi nelle pagine proposte, quindi ho cambiato i connotati a chi non
poteva essere presentato in trasparenza».
C'è una differenza dal punto di vista di pubblico di destinatari tra
Quanti figli hai? e Ancora non hai figli?
«Non credo. Chi ha letto
Quanti figli hai? ha voluto seguire gli
sviluppi della storia con
Ancora non hai figli? che racconta appunto
degli stessi personaggi, a distanza di qualche anno. Però i registri sono
diversi. Mentre nel primo libro c'è più ironia e confessione, nel secondo
dominano riflessioni profonde. Si toccano temi alti e delicati».
Al di là di quello che hai raccontato nei libri, la maternità è qualcosa
che ha completato la tua vita?
«La maternità non mi ha completato. Piuttosto mi ha svuotato. Credo capiti a
tutte le mamme: ci si svuota di se stesse per far spazio a chi si accoglie.
Quindi ti deconcentra, ti destabilizza, ti squilibra anche. Perché cambiano
le priorità, le esigenze, le prospettive soprattutto. Ti scopri in una nuova
versione; con occhiaie più profonde ma anche con un cuore più largo».
Prendendo spunto da uno dei tuoi
podcast anche per te il non andare in crisi ha portato davvero
all'essere in crisi?
«Io in crisi ci vado regolarmente. Ne ho avute di più profonde e di
ordinarie. Nel senso che metto in discussione le mie scelte, i miei
comportamenti e anche le direzioni della mia esistenza. Analizzo quel che
vivo e spesso riconfermo con più consapevolezza. Ma se c'è da cambiare
rotta, ricalcolo il percorso. Credo sia sano entrare in crisi e non andare
avanti come automi. Cambiano le tappe della vita e noi con esse quindi
bisogna porsi domande. Siamo esseri (ancora) pensanti (speriamo!)».
Mi ha divertito ascoltare la
puntata pilota de Il mio spazio quando tu, con evidente
autoironia dopo aver formulato pensieri molto articolati ammetti “so di
essere pesante, caro ascoltatore, porta pazienza, mi sforzerò di esserlo
meno”. In qualche modo esprimi la necessità di dover trovare un punto di
incontro nelle relazioni?
«È una ammissione vera e propria. E ho voluto da subito confessare che i
miei podcast non avrebbero attratto chi magari non è naturalmente portato
alle riflessioni su certi temi oggi contrastati (di certo nella rubrica non
si raccontano esperienze di shopping o delle ultime tendenze in fatto di
moda). In generale, le relazioni vere, indipendentemente dai podcast (che ti
scegli in base alle tue esigenze di ascolto), necessitano di incontro quindi
di un lavoro di accettazione, verbalizzazione, di verità soprattutto».
Da credente, cosa ti porta ad avere ancora speranza nel domani anche in
questi tempi così drammatici?
«Ho fiducia nell'essere umano e in Chi lo ha voluto. Purtroppo siamo sedotti
da input negativi ed egoistici, da messaggi antivita. Ma non possiamo
arrenderci con rassegnazione. Possiamo invece fare la nostra parte per
permettere al bene di circolare ancora. Dobbiamo testimoniare che c'è
un'alternativa alla "proposta del male a tutti i costi"».
Nei tuoi libri ho notato come per la tua protagonista siano fondamentali
i legami familiari, anche se non mancano quelle persone con cui tende a
prevalere una certa incomprensione o poca sopportazione. Senza ovviamente
entrare nel merito della tua di famiglia, in questi casi trovare un
compromesso è una necessità o un limite?
«Si, i legami familiari sono la fonte di serenità da cui attingo
quotidianamente forza e coraggio. Ho avuto il dono di una famiglia d'origine
unita e cerco di replicare, nel mio nucleo, i modelli di comportamento
ricevuti. Nel libro, la protagonista subisce ingerenze da parte di parenti
non prossimi; e, nonostante i tentativi di mediazione non riesce ad
ottenere granché. Le relazioni, familiari o non, necessitano di rispetto, di
accettazione del diverso da sé e soprattutto di dialogo. Quando non ci sono
questi cardini è difficile che il rapporto regga o, se resiste, fa del male
a chi ha un cuore più tenero. Non credo nei compromessi che spesso sono
ricatti travestiti. Nei rapporti che ho trovato tossici, ho preferito
prendere le distanze per tutelarmi».