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Archivio Telegiornaliste anno XXII N. 18 (829) del 16 settembre 2026

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TGISTE
Marzia Roncacci, fotografare l'Italia
di Giuseppe Bosso

All'inizio di questa nuova stagione abbiamo il piacere di incontrare nuovamente Marzia Roncacci, che ha appena iniziato una nuova edizione di Tg2 Italia Europa.

Bentrovata, Marzia. Con quale spirito affronti questa nuova stagione?
«Lo spirito con cui affronto la questa nuova stagione di Tg2 Italia Europa è di grande serenità e con il massimo rispetto per i telespettatori, come sempre e da sempre. L’informazione non deve essere “spettacolarizzazione” ma pura».

L'estate che ci stiamo lasciando alle spalle cosa ti lascia, anche dal punto di vista degli eventi che abbiamo vissuto?
«Questa estate è stata segnata da eventi pesanti. Di cronaca. Il disastro in Nepal con tante, troppe vittime. I luoghi di guerra, dove, mentre eravamo in vacanza, qui ancora si continua a bombardare e a morire. Non ultimi i fatti, gravissimi, di donne uccise per mano dei loro mariti, compagni, ex. E poi un’estate segnata anche dal grande caldo. Eccessivo. Credo che non dobbiamo sottovalutarlo e credo anche che dovremo cambiare abitudini per affrontare stagioni così calde. C’è da fare per migliorare e risolvere. Deve essere un impegno di tutti, a tutti i livelli».

Quale tipo di storie vorresti trattare maggiormente in questa nuova edizione?
«I tipi di storie che mi piacerebbe trattare maggiormente in questa nuova edizione, che già in parte trattiamo, sono quei racconti della gente comune che possano farci conoscere il nostro paese Italia, ma anche storie di imprenditori che hanno risollevato le loro aziende, o storie di giovani che hanno deciso di investire nei luoghi di nascita con attività o rilevando quelle dei genitori. Fotografare la nostra Italia; attraverso i racconti degli Italiani».

In questi anni hai avuto modo di raccontare un'Italia che è progressivamente cambiata e che oggi vive con apprensione le ripercussioni che gli eventi internazionali possono avere sul nostro quotidiano. Avverti anche tu la necessità di dover impostare la linea della striscia ad una visuale che non si limiti alla sola cronaca italiana ma aperta al resto del mondo?
«Assolutamente sì. Allargare lo sguardo in Europa, nel mondo, è fondamentale. Abbiamo un grande plus in Rai, i corrispondenti in tutto il mondo, colleghi preparatissimi che ci raccontano gli eventi ma anche storie di vita. Conoscere, vedere, capire è importantissimo per confrontarsi, per sapere».

Sono passati ormai sette anni dalla tua partecipazione a Ballando con le Stelle. Cosa ricordi di questa esperienza e cosa ha rappresentato per te uscire in qualche modo dagli schemi imposti dal tuo ruolo di giornalista del servizio pubblico per un contesto di spettacolo?
«Vero! Sono passati già 7 anni. Il 2019 mi ha vista protagonista come concorrente a Ballando con le Stelle. È un’esperienza indimenticabile. Per varie ragioni. Intanto entri in una famiglia, quella di Ballando capitanata da Milly che è attentissima a tutto! Poi entri in un mondo, almeno per me, che è molto lontano dalla mia professione di giornalista. Quindi è una bella grande sfida. Io dico che sono stata in orbita per 4 mesi. Si lavora tanto, ore e ore di prova, poi interviste, prova costumi, analisi delle puntate precedenti. I maestri, grandi professionisti, il mio era Samuel Peron, non permettono errori: il sabato sera si deve arrivare pronti, prontissimi per la diretta! Faticoso, ma emozionante. Una grande prova fisica ma soprattutto psicologica. Mi sono messa in gioco, totalmente, in un campo che non è il mio. Anche con la responsabilità di essere una giornalista Rai, quindi in qualche modo rappresentavo l’azienda. Non volevo deluderla per nessuna ragione. E così è stato. Alla fine di questa bella esperienza mi sono arrivati i complimenti dalla direzione Rai».

Siamo alla nostra ottava chiacchierata, dalla prima volta datata 2013 alle altre interviste che ci hai concesso in questi anni; abbiamo parlato di te, del tuo lavoro, del tuo libro che tanto successo ha avuto: c'è qualcosa che non ci hai mai detto o che non ti abbiamo mai chiesto che oggi senti di volerci dire, sempre che tu non preferisca tenerlo in serbo per la prossima occasione?
«Qualcosa che non ho detto? Forse tante. Sarebbero solo dimenticanze perché amo la trasparenza. Penso che dal 2013, quando il Tg2 mi diede la conduzione dello spazio di informazione del mattino, sono cambiate tante cose. Che raccontarle dovremmo pensare ad un’altra intervista. Fermo restando il mio approccio nei confronti del pubblico a casa: rispetto, serietà e competenza. L’informazione è cosa seria». 
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TUTTO TV
Una finestra vista lago per iniziare
di Silvestra Sorbera

Al via la nuova stagione della fiction Rai: si inizia martedì 29 settembre con una serie in tre puntate dal titolo Una finestra vista lago, tratta dai romanzi di André Vitali. Nel cast tra gli altri Antonio Folletto, Paola Minaccioni e Antonio Catania.

Anni Trenta. Il giovane maresciallo dei carabinieri Ernesto Maccadò (Folletto) riceve il suo primo incarico come comandante nella stazione di un piccolo paese del Nord affacciato su un lago. Vi arriva dalla natìa Calabria con Maristella (Giulia D'Aloia), l’amatissima moglie, e una valigia piena di sogni e di timori sulla capacità di assolvere ai suoi doveri in un luogo lontano e sconosciuto; un luogo dove scoprirà presto che non è facile farsi accettare.

Attraverso storie a volte realistiche e a volte surreali, seguiremo il romanzo di formazione di Maccadò, di Maristella e del piccolo Vinicio, orfanello alla ricerca di una famiglia. Ma anche del brigadiere Letterio Misfatti, una sorta di Virgilio siciliano che insieme alla moglie Agata accompagnerà la coppia del Sud Italia alla scoperta di quella piccola comunità sulle rive del lago, chiusa nei propri riti e segreti.

Maccadò troverà un percorso contrassegnato da pregiudizi e ostacoli, tanto da convincersi che l’unica strada sia il trasferimento.
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DONNE
Anna Bonomolo, io e la musica
di Giuseppe Bosso

Incontriamo Anna Bonomolo, voce black tra le più apprezzate non solo nel panorama siciliano, che ci racconta aneddoti del suo percorso e propositi futuri.

Lei e la musica. Com'è iniziata questa storia d'amore, se possiamo così definirla?
«Casualmente. Tutto avrei pensato nella vita piuttosto che creare questo vero e proprio rapporto intimo, inziato verso la fine del mio percorso universitario grazie a un collega che frequentava il mondo delle band e dei dj palermitani che mi aveva notato nei nostri pomeriggi di svago in cui cantavo in maniera veramente amatoriale e goliardica e mi portò a una di queste prove, senza alcuna velleità di esibizionismo, all'ombra del Malaluna, storico club che all'epoca dava spazio a queste band e al tempo stesso era un importante luogo di aggregazione sociale, in un momento come quello di fine anni'80 inizio '90 dove non c'era quel fermento che aveva caratterizzato la generazione precedente ma si erano trovate nuove forme di espressione a cominicare dalla musica. Nemmeno avrei potuto immaginare che io, che non conosco davvero nemmeno una nota musicale, sarei stata contattata perfino dalla Rai, tra gli altri. Mi definisco essenzialmente una cantante che canta ‘di pancia', per così dire, che col tempo ha acquisito tecnica ed esperienza».

C'è stato un momento o un'esperienza che ritiene abbiano segnato più di ogni altro il suo percorso artistico?
«Quella che ho vissuto con una band che oggi non esiste più, i Rivisitors ,un gruppo mito sul finire degli anni '80, una specie di Elio e le Storie Tese, che abbiamo anche conosciuto quando vennero ad esibirsi al Malaluna e con i quali abbiamo avuto degli scambi durante le prove; un'esperienza che ha dato tanto umanamente ma anche musicalmente; e poi il mio gruppo di gospel, i Palermo Spiritual Ensemble, che ho fondato successivamente, che ha avuto varie formazioni ma ha potuto sempre contare su una formazione che è diventata negli anni famiglia. Da lì ci sono stati ingaggi con il Teatro Massimo per delle tournee di jazz con Enzo Randisi e con Duke Ellington Singers. Trovarmi a gestire le audizioni è stata un'altra cosa che mai avrei pensato di fare, ma che ho portato avanti senza perdere di vista il mio progetto iniziale che mi ha portato a diventare ricercatore tecnico del CNR; da laureata in statistica mi ritengo una persona essenzialmente schematica, inquadrata e in qualche modo questo mi ha aiutato a portare avanti entrambe le cose».

Di recente in occasione del Castelbuono Jazz Festival ha reso omaggio, con il suo gruppo ed il direttore musicale Salvo Correri, ad un concerto omaggio ad Ornella Vannoni. È una figura che in qualche modo ha influenzato anche lei?
«Salvo tra l'altro è stato proprio il suo chitarrista. Per risponderle, pensavo di no. La mia è una vocalità black e avevo avuto esperienze legate a quel particolare ambito, con i Chieftains e con Sarah Jane Morris per cui ho fatto da corista, insomma un percorso di tipo anglo-americano; ma a casa ho sempre avuto dischi della Vanoni oltre che di Pino Daniele e di Bennato, e inconsciamente quella musica l’avevo assimilata. Non posso dire che mi abbia influenzata ma ho studiato circa sei mesi per questo spettacolo, analizzando le sue interpretazioni, con l'obiettivo di non fare il solito tributo che finisse per 'scimmiottare' quell'artista come succede molto spesso, e quindi posso dire di aver reso omaggio ad Ornella con una mia interpretazione ed arrangiamenti originali».

Si è alternata tra esperienze di gruppo ad attività da solista. Cambiano le sue prospettive?
«Mi trovo bene sempre. Mi ritengo una donna di squadra, mi piace il gruppo e ho raccolto davvero belle soddisfazioni con il gospel di cui le parlavo, abbiamo lavorato chiamati da Vincenzo Mollica, con la Rai, progetti prodotti da Bibi Ballandi fino a quando, purtroppo, non è venuto a mancare. Avevamo altre cose in cantiere, evidentemente il destino ha voluto così... ma avendo anzitutto questo lavoro di ricercatore posso vivere senza ansia l'attività musicale, potendo scegliere in libertà ».

Le nuove generazioni si approcciano alla musica con un grande uso di tecnologie, e non posso non affrontare anche con lei il delicato tema dell'intelligenza artificiale. Banale dirlo ma forse il punto debole è proprio il fatto che la musica è tra i settori dove nemmeno la tecnologia più sofisticata potrà mai soppiantare la creatività e l'ingegno umani?
«No, al contrario. E glielo dico anzitutto da ricercatore del Cnr. L'intelligenza artificiale è sicuramente un supporto che dovrebbe essere utilizzato davvero in modo 'intelligente'; proprio come esito dell'opera umana dovrebbe fungere da repository da cui attingere, la memoria dell'uomo in cui però applicare ingegno. Ci sono anche bellissime canzoni che sono state create con l'intelligenza artificiale, ma tutto sta a chi ha dato i comandi per definire quel pezzo, quello stile, che necessariamente richiede a monte una cultura. Non potrò mai chiedere di realizzare un pezzo alla Miles Davis se di base non ho idea di chi sia e di quale sia stata la sua opera. È una buona base di partenza ma non dovrà superare questa funzione di supporto. Le note sono sette, le combinazioni possono anche coincidere ed allora è lì che l’uomo interviene per dare il suo tocco personale evitando plagi, o ripetizioni».

I suoi prossimi impegni artistici?
«Ho lavorato molto in estate, ci stiamo organizzando per un tour nei teatri per proseguire questo progetto legato a Ornella Vanoni “una ragione di più” perché è nei teatri che dovrà essere goduto, questo progetto necessita di un ambiente più raccolto e di quell'accoglienza propria della sala. E poi sono impegnata sempre con il gruppo di gospel che a Natale come sempre avrà vari appuntamenti in calendarizzazione. Spero anche di continuare la mia collaborazione con la Fondazione Orchestra Jazz Siciliana The Brass Group».
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Telegiornaliste: settimanale di critica televisiva e informazione - registrazione Tribunale di Modena n. 1741 del 08/04/2005
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