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Telegiornaliste anno XXII N. 16 (827) del 20 maggio 2026
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Carla
Lombardi, come il primo giorno
di Giuseppe Bosso
Incontriamo Carla Lombardi, inviata della trasmissione di Rai 1
Storie Italiane.
Benvenuta su Telegiornaliste, Carla. Possiamo definirti una delle inviate
storiche delle trasmissioni Rai. Quali sono le gioie e i dolori di questo
essere in continuo movimento su e giù per l'Italia?
«Innanzi tutto grazie a voi per l'intervista: ormai sono più di 25 anni che
per la Rai giro l'Italia da nord a sud, raccontando storie ed eventi. Non è
sicuramente facile vivere con la valigia sempre pronta non sapendo mai dove
si andrà il giorno dopo; è complicato organizzarsi e coltivare relazioni ed
amicizie, ma la passione per questo lavoro ti fa superare ogni difficoltà».
Sarà forse banale o non facile rispondere, ma te lo chiedo: quali sono le
storie e le persone che più ti sono rimaste nel cuore tra quelle che hai
raccontato?
«Sono tante le persone che in questi anni mi sono rimaste nel cuore: spesso
sono i famigliari di una vittima di omicidio. Stare accanto a loro in
momenti così terribili ti fa sentire quasi parte della famiglia e questo mi
spinge ad andare avanti fino alla conclusione del caso e al raggiungimento
della verità. Posso ricordare il fratello la mamma e i figli di Maria
Chindamo; la sorella e i parenti di Benno Neumair; la mamma di Carlo La Duca
e molti altri».
Rispetto ai tuoi inizi è cambiato qualcosa nel tuo modo di approcciarti
alle persone e alle notizie?
«No, assolutamente. Oggi mi approccio alle persone e alle notizie come il
primo giorno. Non sono cambiata, così come sono nella vita lo sono nel lavoro
e credo che questo le persone lo percepiscano».
Ti sta stretta questa posizione di inviata sempre avanti e indietro,
parlando di quelle che erano le tue aspirazioni iniziali quando hai mosso i
primi passi nel mondo del giornalismo?
«No, è quello che ho sempre voluto fare da quando ho iniziato questo lavoro.
Come dicevo non è sicuramente una vita facile, ma è anche ricca di
soddisfazioni e gratifiche; è bello conoscere tante persone e approcciarsi
con storie sempre diverse, cercare di essere utile e di aiutare chi ne ha
bisogno. Una grande soddisfazione per me ad esempio è stata aver potuto
aiutare quaranta famiglie con bambini che vivevano in dei container da più
di vent'anni all'interno di un campo a Foggia ad avere finalmente una casa».
Purtroppo non di rado ti capita di raccontare storie drammatiche, anche
tragiche, di violenza soprattutto nei confronti dei soggetti più fragili,
che si tratti di vittime di femminicidio o di storie non meno dolorose di
maltrattamenti. La Carla giornalista e la Carla donna emotiva in queste
circostanze come coesistono?
«È difficile rimanere distaccati quando ti trovi accanto a persone che
soffrono per la perdita di un figlia , di una madre, di un compagno. Non
basta dire è lavoro, in molti casi questo dolore ti coinvolge e ti trovi a
piangere e soffrire insieme a loro».
E sempre a tal riguardo sei coinvolta anche tu come molte tue colleghe in
eventi o iniziative a tema, campagne di sensibilizzazione?
Sì, certo; appena posso cerco di dare una mano in campagne di
sensibilizzazione soprattutto a favore dei bambini e delle donne».
Diventare in qualche modo un volto familiare, riconoscibile ha cambiato
qualcosa nella tua vita?
«No, per niente. Sicuramente se qualcuno mi riconosce e mi fa i complimenti
sono molto contenta e quando succede per me è uno stimolo a continuare con
la stessa passione il mio lavoro».
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Marco
Bonini, si salvi chi può!
di Giuseppe Bosso
Marco Bonini, laureato in filosofia, è attore,
sceneggiatore, regista e scrittore. Nel 2015 ha firmato con
Edoardo Leo la sceneggiatura del pluripremiato Noi e la
Giulia. È tra i protagonisti della fortunata trilogia di
Sydney Sibilia Smetto quando voglio. Nel 2019 vince
il premio Elsa Morante e pubblica il suo primo romanzo Se
ami qualcuno dillo (Longanesi). Nel 2022 è uscito
L'arte dell'esperienza (La nave di Teseo), un saggio
filosofico sulla funzione pubblica della recitazione,
premiato da Michela Marzano al concorso premio InediTO,
e nel 2024 Se mi manchi è più bello (Ribalta
edizioni). Ha curato la regia teatrale di La Vittoria è
la balia dei vinti, un adattamento tratto dai suoi
racconti e interpretato da Cristiana Capotondi, è
protagonista dell'acclamata versione teatrale di
Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese. Nel 2025
pubblica il suo quarto libro L'amorevole grado di
separazione
(SEM-Feltrinelli) secondo romanzo. Nel 2026 dirige la
trasposizione cinematografia di Se ami qualcuno dillo.
Oggi lo incontriamo per parlare del suo libro Maschi, si
salvi chi può!
Qual è il movente del libro?
«Mi sembra ormai evidente che la condizione del maschio
caucasico eterosessuale cis gender sia in pieno declino e
finalmente aggiungerei. Ciò che non è ancora evidente a
quasi nessuno e nessuna è la destinazione della sua parabola
identitaria. Questa pericolosa lacuna credo stia rallentando
e affaticando questa necessaria transizione antropologica.
Intanto sgombriamo il tavolo da un primo grande equivoco. La
violenza maschile non è un problema di scarsa “gentilezza”,
né di scarso autocontrollo maschile, è un problema di
identità maschile. Nel dibattito sulla questione di genere
siamo tutti e tutte giustamente molto concentrati sul
women enpowerment, ma pochi ragionano sul man
enpowerment. L'identità maschile è invece non solo la
genesi di tutti i problemi di genere, ma anche un tassello
importantissimo della loro soluzione. Solo un nuovo modello
maschile post-patriarcale potrà favorire e accellerare la
transizione».
In sintesi di che parla il libro?
«Muovendomi su un terreno filologicamente rigoroso ma
ironico, destrutturo la narrazione classica per dimostrare
come la prevaricazione patriarcale sia spesso una risposta
rozza a due "inferiorità" biologiche del maschio: la
limitata potenza sessuale e l'incapacità gestazionale.
Attraverso cinque racconti divulgativi, il testo rilegge i
miti fondanti della nostra cultura: dalle ambiguità della
Genesi sulla creazione della donna, al desiderio di Zeus di
appropriarsi dell'apparato riproduttivo femminile fino a
"partorire" dalla propria testa, passando per un Ulisse
comicamente confuso tra egoismo e desiderio di empatia.
L’obiettivo è quello di rispondere al declino del maschio
predatorio caucasico con un’urgente proposta di man
empowerment: ai maschi si chiede un passo avanti, verso
una nuova virilità che esalti una relazionalità affettiva e
paritaria, trasformando la questione di genere in una
straordinaria opportunità di liberazione e riscatto per
l'uomo stesso».
Quale sarebbe secondo te la soluzione?
«L'educazione di massa all'armonia. L'armonia è una
relazione equilibrata fra le parti. L'armonia è nella natura
e nell'arte come rappresentazione sintetica, simbolica ed
emotiva della stessa natura. L'armonia è una facoltà umana,
maschile e femminile, che si sviluppa e raffina attraverso
la pratica. Si impara a suonare suonando ogni giorno. Si
impara a ballare ballando tante ore al giorno. Si impara a
relazionarci con gli altri in modo paritario esponendoci
regolarmente e intenzionalmente alle diversità degli altri.
Solo imparando a danzare con gli altri si impara a vivere
armonicamente. L'armonia è l'unica soluzione al
patriarcato».
Perchè hai scelto l'ironia per fare filologia classica?
«Perché l’arte come rappresentazione sintetica simbolica ed
emotiva della natura umana e quindi della società, come un
alambicco di distillazione del senso della società non può
non essere democratica e popolare perché è fatta per il
popolo, é uno strumento di emancipazione collettiva, di
sviluppo del linguaggio popolare che l’artista deve
conoscere a fondo ma riformulare. Non limitandosi a copiarlo
come fa l’intrattenimento commerciale che scimmiotta il
popolo, o elitarizzandolo come fa l'accademia. Attenzione
l'arte non può non essere e farsi accademica. Ma mentre lo
studio analitico della società, si configura come uno
smascheramento scientifico, una scomposizione dei meccanismi
della società , l’arte, nutrendosi dalla stessa analisi,
potremmo dire li ri-maschera, li ricompone in un dipinto
figurativo di più immediata interpretazione. L’arte
restituisce così al popolo il risultato dell’accademia,
rendendolo appunto sintetico, simbolico ed emotivo. In una
parola democratizzando. L'arte deve costruire una esperienza
conoscitiva collettiva e ludica. L’esperienza dell’arte deve
sempre essere piacevole, bella, emozionante, divertente e
illuminante. Deve dare voce a ciò che il popolo sente già,
ma non sa come dire. Il popolo deve riconoscersi e capire
qualcosa in più di sé grazie all’arte. Quando questo succede
l’artista é un servitore pubblico e il popolo il suo
committente. L'ironia in questo senso è una chiave d'accesso
all'inconscio collettivo».
I personaggi che hai interpretato in qualche modo hanno
influito sulla tua attività letteraria?
«Ne parlo in un mio libro che si chiama L’arte
dell’esperienza, interpretare un personaggio é come
visitare una città che non si conosce o leggere un libro che
non si è letto, é pari ad una vera e propria esperienza e di
conseguenza ti cambia, ti fa crescere, ti spaventa, ti
disgusta o ti fa innamorare esattamente come un’esperienza
reale, per rispondere alla tua domanda, sì ogni personaggio
che mi ha toccato mi ha cambiato. Non tutti i personaggi che
ho fatto mi hanno toccato come non ci si innamora di tutte
le persone che si incontrano».
Qual è stato finora il riscontro che hai avuto dai
lettori e dalle lettrici, se si può fare una distinzione dei
punti di vista?
«Si può decisamente fare una distinzione per numero di
lettori che è pari ad un uomo ogni nove donne. Nel merito
della scrittura nessuno mi ha mai insultato, che mi sembra
un ottimo risultato. I feedback mi sembrano positivi mi
riconoscono ironia e una certa onestà nella narrazione
emotiva. Che mi fa molto piacere».
E dai tuoi colleghi attori?
«Il riscontro avuto dai miei colleghi è principalmente
focalizzato nei testi teatrali e cinematografici che ho
scritto e che mi sono trovato a dirigere. Cristiana
Capotondi, per esempio, che ho diretto ne La vittoria é
la balia dei vinti fosse molto soddisfatta del lavoro
fatto insieme sull’interpretazione del testo e che si
divertisse molto a giocare con le mie parole».
Libro a parte dove potremo vederti prossimamente?
«Sto montando il mio primo lungometraggio da regista tratto
dal mio primo romanzo Se ami qualcuno dillo con
Giovanna Mezzogiorno, Edoardo Leo e Claudia Gerini, l’uscita
prevista per febbraio 27. E ho scritto e interpretato
insieme a Clemente Pennarella un documentario diretto da
Melania Maccaferri che si chiama
Europa, una barca, si tratta di un viaggio
su una barca chiamata Europa, da Oslo a Ventotene,
attraverso le acque interne di tutta Europa intervistando
avventori sull’identità europea».
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Michela
Mercuri, un mondo non casuale
di Giuseppe Bosso
Due misteri che si incrociano sullo sfondo di Roma, una
intraprendente protagonista che li dovrà risolvere. Uno scenario
abbastanza classico, ma
Elena Ferri e il tè dei segreti è molto altro,
parola dell'autrice, Michela Mercuri.
Benvenuta su Telegiornaliste, Michela, Anzitutto chi è Elena
Ferri, il personaggio che hai inventato?
«Elena Ferri è, prima di tutto, uno sguardo. È quella parte di
me, ma forse di tutti, che osserva prima di reagire, che
collega dettagli che agli altri sfuggono e che capisce tutto, un
attimo prima. Ci accomuna l’ironia, sempre e comunque. Quella
capacità di alleggerire anche ciò che non è leggero. Ma Elena è
anche una versione di me più “brava”. Più lucida, più diretta,
più capace di buttarsi nelle cose senza esitazione. Io, invece,
tendo a fermarmi prima. A riflettere, a valutare, a rimandare. E
forse è proprio da lì che è nata: dal tentativo di dare forma a
quella parte che vorrei avere, ma che sulla carta, per fortuna,
funziona perfettamente».
In cosa hai cercato di differenziare il tuo “cozy mystery
italiano” da una classica storia a tinte gialle?
«Più che differenziare il genere, ho sentito l’esigenza di
costruire un mondo che non fosse casuale. Tutto quello che ruota
intorno a Elena nasce da qualcosa di reale: c’è il mio vissuto,
ci sono gli amici veri, quelli che ti seguirebbero anche sulla
luna, e c’è anche una parte più intima, quasi un desiderio:
quello di creare una sorta di famiglia allargata, fatta di
persone autentiche, che con le loro storie, sono capaci di
colmare le mancanze gli uni degli altri. Poi c’è Roma. Non uno
sfondo, ma una protagonista vera e propria. La Roma che ho
vissuto da ragazza, quella di un periodo in cui la città vibrava
non solo per la sua bellezza, ma per la sua vitalità, per una
qualità quasi palpabile della vita. La componente gialla, almeno
in questo primo libro, è quasi un punto di partenza. Fa da
cornice a qualcosa di più profondo: il percorso di Elena. È una
donna che si è costruita un mondo protetto, ordinato,
controllato. Ma è un equilibrio che, inevitabilmente, deve
incrinarsi. E lì entra in gioco Alex, il protagonista maschile.
Una presenza destabilizzante, perché mette in discussione tutto:
certezze, abitudini, difese. In questo senso, il mistero non è
solo quello da risolvere. È anche quello che accade dentro».
Una caratteristica del tuo lavoro è l'uso della pagina
Instagram dedicata al libro: come l'hai sviluppata e qual è
stato il riscontro che hai avuto da lettori e followers?
«Instagram è diventato una sorta di “secondo spazio narrativo”.
Non lo uso per promuovere il libro in modo diretto, ma per
espandere il mondo di Elena: piccoli frammenti, scene, pensieri,
e soprattutto il dialogo continuo tra lei e me. Il riscontro più
interessante è stato proprio questo: le persone non si sono
fermate alla storia, ma sono entrate nella dinamica. I follower
più affezionati non solo hanno letto e apprezzato il libro, ma
con alcuni di loro sono nate delle vere relazioni. C’è scambio,
confronto, a volte anche su aspetti molto personali delle nostre
vite. In un certo senso, Elena ha fatto da tramite. Ha
avvicinato le persone a Michela che hanno scoperto, a detta
loro, divertente, ma anche sorprendentemente autentica. Ho
ricevuto molti riscontri positivi sulla scrittura, sulla qualità
della pagina, dei contenuti, ma soprattutto su questo aspetto
umano. Ed è forse quello che considero più prezioso».
È stata una scommessa per te cimentarti in uno dei generi
probabilmente più inflazionati della letteratura o cercare di
orientarlo in una maniera più moderna con le tue particolarità?
«Sicuramente è un genere molto frequentato, ma non l’ho vissuto
come un limite. Anzi, mi interessava entrare in un territorio
conosciuto e lavorare sulle sfumature: tono, ritmo, voce. Non ho
cercato di reinventare il giallo, ma di renderlo mio. Con
ironia, con uno sguardo più contemporaneo e con personaggi che
non sono mai completamente risolti. Il mio modo di raccontare,
però, arriva da altrove. È fortemente influenzato dal fumetto -
la nona arte - e da quel tipo di narrazione per immagini. Io non
scrivo solo ciò che accade: costruisco scene. Le vedo prima, e
poi le traduco in parole. La frase che mi sento ripetere più
spesso dai lettori è proprio questa: che mentre leggono, vedono
le scene come se fosse un film. E per me significa molto. Perché
è esattamente il modo in cui ho sempre immaginato la scrittura».
Chi è Michela Mercuri oltre l'avventura di Elena Ferri?
«Michela è, in realtà, molto diversa da Elena. Se Elena ha il
coraggio di buttarsi nelle cose, di agire senza esitazione, io
sono l’opposto. Osservo molto, rifletto, mi prendo il tempo.
Quasi con una calma zen. È proprio per questo che ho scelto di
costruire Elena più “fattiva”: perché è un tratto che mi ha
sempre affascinato negli altri, qualcosa che sento lontano ma
che, allo stesso tempo, mi incuriosisce profondamente. Il mio
modo di stare nel mondo, invece, è quello di guardarlo. E questo
sguardo mi permette di raccontarlo. Giro sempre con un taccuino,
prendo appunti, rubo parole, frammenti, pensieri. Il libro è
pieno di cose che ho sentito “per strada”, nelle conversazioni
più normali. E trovo affascinante come, da una semplice battuta,
si possa intuire moltissimo di una persona. Poi entra in gioco
la parte più creativa. Mi basta vedere una finestra socchiusa
per iniziare a immaginare: chi ci vive, cosa sta facendo, che
storia c’è dietro. E da lì, inevitabilmente, nasce tutto il
resto».
Continuerai a scrivere lungo questo filone?
«Sì, perché Elena ha ancora molto da dire. E soprattutto perché
non è un personaggio che si esaurisce in una sola storia. Mi
interessa seguirla mentre cambia, mentre si mette in
discussione, mentre affronta situazioni sempre più complesse,
non solo dal punto di vista investigativo, ma umano. Elena
evolve. E, in qualche modo, evolve anche il mio modo di
raccontarla. E poi, diciamolo: non è solo una storia che
continua. È un dialogo. E io, quel dialogo, non ho ancora finito
di ascoltarlo. Lo dico apertamente: io senza Elena non saprei
più come guardare le cose».
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