|
Archivio
Telegiornaliste anno XXII N. 10 (821) del 18 marzo 2026
| indice della pagina:
Tgiste |
Tutto TV |
Donne |
TGISTE
Valentina
Petrucci, scoprire il dopo
di Giuseppe Bosso
Inviata di
Agorà, Valentina Petrucci ci racconta le sue esperienze e
le sue aspirazioni.
Benvenuta su Telegiornaliste, Valentina. Dopo varie esperienze in diverse
trasmissioni oggi è tra le inviate di punta di Agorà. Questa vita
'nomade', per così dire, l'ha accettata o è alla ricerca di una stabilità
diversa?
«Grazie a voi. Prima di ogni cosa voglio spendere qualche parola su Agorà:
Il mio arrivo è stato del tutto inaspettato, ma anche molto gratificante. È
un programma storico di Rai 3 che ha formato, negli anni, colleghi brillanti
e anche per questo impone una maggiore attenzione alla qualità dei contenuti
e incoraggia la crescita professionale. Riguardo alla vita da inviata, l’ho
intrapresa da molti anni ed è stata una scelta fortemente voluta e
realizzata con impegno, nonostante mille difficoltà. Non vorrei una
condizione professionale diversa da questa che mi permette, zaino in spalla,
di prendere un aereo o un treno, arrivare in un posto, capire fino in fondo
cosa sia necessario raccontare e provare a tenere insieme la complessità
della realtà. Richiede passione e sacrificio, studio e tanta costanza».
Andare in giro per l'Italia significa anzitutto essere costantemente in
contatto con le persone. Lei come cerca anzitutto di avvicinarsi a chi
intervista?
«La curiosità é un’alleata necessaria in questo lavoro, tutto muove dalla
voglia di conoscere e capire, di avvicinarsi il più possibile alla vita
reale delle persone e, forse, ci vuole anche un po’ di sensibilità.
Anzitutto mi preparo molto prima di un’intervista, cerco di sapere quanto
più possibile della persona che avrò davanti, il suo background é
fondamentale per capire quale approccio possa essere più adeguato. Poi é
importante ascoltare, sembra banale, eppure spesso ci si concentra troppo
sulla domanda successiva, ma il più delle volte la domanda migliore che si
possa fare è suggerita dalla risposta che la precede. Molto dipende anche
dal motivo che mi porta a fare quell’intervista. Faccio un esempio, a
dicembre con Agorà abbiamo incontrato Massimo, un padre di famiglia
di Palermo che stava per perdere la casa per una morosità incolpevole: era
rimasto invisibile all’occhio delle istituzioni. Abbiamo acceso un faro su
quella storia e oggi Massimo ha un tetto sulla testa perché il Comune ha
potuto capire la sua condizione di difficoltà. Il nostro lavoro ha questo di
impagabile, qualche volta fa luce sulle ingiustizie e aiuta a porre
rimedio».
Ci sono mai stati momenti di tensione o situazioni che l'hanno messa in
qualche modo a dura prova?
«Se per dura prova si intende “costretta a crescere” professionalmente o
misurarmi con nuove sfide che non pensavo fossero alla mia portata, allora
sì. Lo scorso anno sono stata inviata per il programma di Rai Uno,
Sabato in diretta, condotto da
Emma D’Aquino. Era un contenitore molto diverso da quanto avevo
fatto in passato, c’era l’attualità, ma anche tanto intrattenimento. Pensavo
non fosse nelle mie corde per via di un linguaggio a me sconosciuto fino a
quel momento. Alla fine si è rivelata un’esperienza straordinariamente
formativa».
Spesso si trova a dover interloquire con persone con alle spalle tragedie
o storie drammatiche, come ultimamente la scrittrice
Edith Bruck in occasione del 27 gennaio. Riesce a mantenere un
professionale distacco senza tuttavia disdegnare una doverosa e umana
empatia con le loro vicende?
«Edith Bruck, una delle interviste che ho desiderato e, al contempo, tra le
più difficili sotto il profilo umano. Come professionisti siamo chiamati ad
evitare un coinvolgimento emotivo visibile, questo non esclude che nel
profondo si possa provarlo e, qualche volta, possa succedere di non
controllarlo appieno. La signora Bruck mi ha accolta nel salotto della sua
casa, tra i suoi libri, é stato emozionante. Quando ha iniziato a parlare
fissavo il suo sguardo e ascoltavo parole di perdono e speranza. In quei
minuti mi sono chiesta come si possa sopravvivere dopo aver vissuto
l’abominio dell’Olocausto. Finita l’intervista, quando ci siamo salutate
avevo gli occhi lucidi, le ho stretto la mano e detto solo “grazie”. Sono
certa che abbia capito cosa c’era in quello sguardo».
Rispetto ai suoi primi passi nel mondo del giornalismo le sue aspettative
sono cambiate?
«Credo che nel tempo, maturando una consapevolezza professionale, si impari
ad allargare lo sguardo. La lunga gavetta e le esperienze variegate, in
emittenti anche molto diverse tra loro, sono state fondamentali per la mia
formazione. Il principio che mi guida però è ancora lo stesso di sempre: la
passione e la voglia di scoprire cosa c’è dopo».
Se potesse scegliere in futuro sempre inviata in giro a caccia di storie
o in studio da 'padrona di casa' come i conduttori dei talk show con cui ha
collaborato?
«Non so cosa mi riservi il futuro, spero però di potermi misurare con un
tipo di racconto più lungo e più approfondito, uno stile più
documentaristico. Sarebbe una bella sfida, il resto lo capirò strada
facendo». |
| indice della pagina:
Tgiste |
Tutto TV |
Donne |
TUTTO TV
Alexandra Cadoppi, cuore e mente
di Giuseppe Bosso
Incontriamo la conduttrice televisiva Alexandra Cadoppi,
volto di
12 Tv Parma.
Benvenuta su Telegiornaliste, Alexandra. Di cosa parla la
trasmissione da lei condotta, Penelope Cuore&Mente, e
come è arrivata a questo format?
«Penelope è un format che mette al centro le storie
di donne che hanno scelto di non restare nell’ombra, ma di
prendere posizione nella propria vita e nel proprio lavoro.
Raccontiamo percorsi professionali e personali molto diversi
tra loro, ma accomunati da coraggio, visione e capacità di
trasformare le difficoltà in opportunità. È uno spazio di
dialogo autentico, dove non ci si ferma ai traguardi, ma si
esplora il “dietro le quinte”: le scelte, i dubbi, i momenti
di svolta. E spesso emergono figure femminili che ricoprono
ruoli tradizionalmente attribuiti agli uomini, contribuendo
a ridefinirne i confini con competenza e identità. L’idea
del format nasce dal desiderio di creare un racconto più
profondo e meno stereotipato del mondo femminile. Dopo anni
di esperienza televisiva, sentivo l’esigenza di uno spazio
che valorizzasse contenuto e sostanza, non solo l’immagine.
Penelope è arrivato così: come evoluzione naturale del mio
percorso e come progetto in cui credo fortemente, perché dà
voce a storie che meritano di essere ascoltate».
Storie diverse quelle delle ospiti che si sono finora
alternate, ma se dovesse delineare un filo comune tra loro
come lo descriverebbe?
«Pur partendo da percorsi molto diversi – per età, ambiti
professionali e vissuti personali – il filo conduttore che
emerge è una forza consapevole, mai urlata, ma profondamente
determinata. Le ospiti di Penelope sono donne che hanno
attraversato cambiamenti, superato ostacoli e trasformato le
difficoltà in occasioni di crescita. In ciascuna storia c’è
un passaggio chiave: dalla prova alla scelta, dal dubbio
alla presa di posizione, dall’attesa all’azione. A questo si
aggiunge un elemento molto forte: molte di loro ricoprono
ruoli tradizionalmente associati al mondo maschile. Non c’è
spirito di rivalsa, ma la volontà concreta di dimostrare –
con competenza, autorevolezza e visione – che quei ruoli
possono essere abitati anche dalle donne, con uno stile
diverso, spesso più inclusivo e innovativo.
Il vero fil rouge , dunque, è l’autenticità unita al
coraggio di ridefinire gli spazi. È la capacità di restare
fedeli a sé stesse mentre si aprono strade nuove, non solo
per sé, ma anche per chi verrà dopo».
Storie di donne in tv, una tematica diffusa sia sui
network nazionali che territoriali. Lei in cosa cerca di
differenziarsi?
«È vero, il racconto al femminile oggi è molto presente in
televisione. La differenza, per quanto mi riguarda, sta
nello sguardo. In Penelope non cerco la storia
“esemplare” o il racconto costruito per emozionare a tutti i
costi. Cerco autenticità, profondità, tempo. Mi interessa
entrare nei passaggi meno visibili: le scelte difficili, i
dubbi, le rinunce, i cambiamenti che non fanno rumore ma
segnano davvero un percorso. Scelgo uno stile di conduzione
molto diretto ma empatico: non celebrazione, non retorica,
ma dialogo vero. L’obiettivo non è solo raccontare una
storia, ma creare uno spazio in cui chi guarda possa
riconoscersi e trovare ispirazione concreta».
Come si è avvicinata al mondo delle televisione e come si
è svolto finora il suo percorso?
«Muovo i miei primi passi nel mondo dello spettacolo
partendo dalla mia città, Parma, conducendo programmi per le
televisioni locali che sono state utilissime palestre per
costruire una solida formazione sul campo e un contatto
diretto con il pubblico emiliano. Il trasferimento a Milano
segna l'inizio del mio percorso nazionale: entro nelle
grandi produzioni Mediaset con titoli iconici come
Campioni, il sogno talent che da’ voce alle storie di
giovani talenti sportivi, Scherzi a parte, programma
di grande popolarità, e tanti altri, fino all'esperienza in
Le Iene, che decido per scelta personale di lasciare
per abbracciare la maternità. Per oltre un decennio sono
stata VJ e autrice su Match Music (Sky 716), canale cult per
gli appassionati di musica italiana, elettronica e dance,
dove ho sviluppato una specializzazione nei format musicali
dinamici e innovativi. Tra questi spicca Random,
programma divenuto di riferimento con interviste esclusive
ai più influenti DJ e produttori italiani e internazionali,
che mi ha portato a condurre festival musicali nelle
principali piazze italiane, ed eventi in club leggendari.
Parallelamente, ho avuto esperienze di conduzione nel mondo
sportivo, in particolare legato al calcio. E poi arriva la
radio… quasi per caso ma si trasforma presto in una passione
bruciante. Dopo un'esperienza a Radio 105 , divento speaker
di Radio Parma per due anni, alla guida di Exxtra dal
lunedì al venerdì in diretta dalle 12-14, un appuntamento
quotidiano che mescola musica, chiacchiere e momenti di
autenticazione connessione con l'ascoltatore. Oggi collaboro
con Radio Bruno e porto avanti nuovi forma».
Sul suo
canale YouTube oltre che momenti di lavoro notiamo dei
video particolari in cui ha realizzato degli scherzi a suoi
amici e colleghi. Com'è nata questa idea e quali riscontri
ha avuto?
«Come accennato precedentemente, ho lavorato per diversi
anni per Scherzi a parte dove ho conosciuto il mio
mentore Marco Balestri, storico autore del format… la
passione per gli scherzi c’è sempre stata e per un po' di
anni è diventato anche il mio lavoro con Lo scherzo
perfetto sempre produzione Mediaset fino d arrivare
negli anni successivi ad una produzione: Il beffardo, un
format locale di scherzi a persone “conosciute” nella mia
città d’origine».
In prospettiva futura punterà più sulla comunicazione o
sull'intrattenimento?
«In prospettiva futura non sento la necessità di scegliere
in modo netto. L’intrattenimento fa parte di me, del mio
modo di stare in scena e di condurre: uno stile diretto,
talvolta tagliente, con una punta di ironia che mi
rappresenta e che crea ritmo. Allo stesso tempo, la
comunicazione resta la struttura portante: contenuti solidi,
domande precise, attenzione alla sostanza. L’obiettivo è
proprio questo: mescolare le due dimensioni in modo
armonico. Unire profondità e leggerezza, autorevolezza e
dinamismo. Perché si può affrontare un tema serio senza
perdere vivacità, e si può intrattenere senza rinunciare
alla qualità».
Come si descriverebbe, come persona e come donna di
televisione?
«Come persona mi definirei determinata, curiosa e
profondamente attenta agli altri. Ho un carattere forte, ma
sono empatica: ascolto molto e cerco sempre di andare oltre
la superficie. Dal punto di vista professionale sono
irrequieta, nel senso più costruttivo del termine: ho
bisogno di evolvermi, di immaginare nuovi format, di
mettermi alla prova. Non mi piace restare ferma in una zona
di comfort. Sono anche eclettica. La musica è stato il mio
primo amore e resta una parte identitaria del mio percorso,
ma negli anni ho attraversato ambiti diversi:
dall’intrattenimento ai contenuti più strutturati, dallo
storytelling alle interviste di approfondimento, fino allo
sport. Questa varietà mi ha insegnato ad adattare
linguaggio, ritmo e registro, senza perdere la mia cifra
personale. Come donna di televisione unisco quindi dinamismo
e profondità: personalità marcata, ironia quando serve, ma
anche rigore e attenzione al contenuto. Mi piace essere
riconoscibile, ma soprattutto credibile».
|
| indice della pagina:
Tgiste |
Tutto TV |
Donne |
DONNE
Cinzia Bevilacqua, arte nel mondo
di Giuseppe Bosso
Nello splendido scenario di
Palazzo Cappuccini Art Relais, nel cuore di Napoli
(ringraziando per l'ospitalità la signora Caterina Tuccillo che
ci accoglie con un buon caffè) incontriamo l'artista
Cinzia Bevilacqua. Laurea in lingue e letteratura
straniere moderne a indirizzo orientale, insegnante di lingua e
civiltà francese, da sempre una passione per la pittura che
presto la vedrà protagonista di un importante evento a Bacoli in
uno scenario altrettanto suggestivo, che poi si rinnoverà in
altri luoghi.
Benvenuta su Telegiornaliste, Cinzia. Come ti sei avvicinata
al mondo dell'arte?
«Salve a te e voi lettori. Diciamo che sono nata con i pennelli
in mano. Fin da bambina ho cominciato a lavorare di matita,
chiaroscuro e bianco e nero. Da adolescente mi sono avvicinata
al colore e ho avuto il piacere di ricevere la prima recensione
dal maestro Michele Cascella, anche se non ci siamo mai
incontrati personalmente, recapitandogli qualche mio lavoro,
appena tredicenne. Mi rispose che avevo talento, ma andava
affinato avvicinandomi al mondo di tutti i giorni. Ero presa
dall'Oriente, e ho conseguito proprio la laurea in lingue in
questa direzione, in cinese, coreano e francese all'Orientale di
Napoli. Solo una quindicina di anni fa mi sono avvicinata al
colore e all'olio, le tecniche più difficili».
Come ti sei inserita in questo ambiente?
«Inserirsi è complicato, e devo ringraziare molto la mia
sfrontatezza, chiamiamola così. Anzitutto nel propormi per la
mia prima esposizione a Ventotene, conoscendo il sindaco che mi
ha messo a disposizione gli spazi anche in occasione di progetti
europei. Ancora più sfrontatamente mi sono proposta al sindaco
di Bacoli che mi ha aperto la Casina Vanvitelliana per una mia
personale nel 2020, i Fiori del Mare; è stato l’ inizio di una
serie di eventi a cui ho partecipato su invito dello stesso
Comune e non solo. In particolare nel 2021, la mia esposizione,
sempre alla casina vanvitelliana dedicata a Dante Alighieri, in
occasione della commemorazione dei 700 anni dalla morte del
Sommo, è stato un grande successo. E da lì ho continuato ancora
in altri luoghi».
Per sfatare o almeno ridimensionare un mito, per essere
artisti bisogna anche essere 'maledetti?
«Parlando di me, sì. In senso 'buono', però, non alla Baudelaire
(ride, ndr) di essere sempre in piena evoluzione, attiva,
perennemente mai contenta di quello che faccio. Gli artisti
magari hanno una maggiore sensibilità rispetto agli altri,
vedono cose che non tutti percepiscono e che esprimono
attraverso la musica o i colori, come faccio io, sempre alla
ricerca di idee nuove, sperimentando nuove tecniche…».
Prossimamente sarai protagonista di un importante evento
culturale, ce ne puoi parlare?
«Il titolo di questa personale è L'incanto delle sirene
si svolgerà tra il 20 marzo e il 2 aprile a Bacoli alla Casina
Vanvitelliana di cui ti parlavo sopra e per me ha una valenza
particolare perché la dedico alla mia cara amica purtroppo
scomparsa da poco,
Emanuela Esposito Amato, che hai avuto modo di
intervistare per parlare dei suoi libri».
E che come mi disse nella nostra
ultima intervista ti aveva inserita nel suo ultimo racconto
Ho chiuso con te, in cui sei al tempo stesso anima di
un'esposizione sulle sirene che coinvolge il protagonista
Alessandro e sei anche ispirazione per Lola, stilista napoletana
a Parigi. Qual è il tuo ricordo di Emanuela?
«Abbiamo studiato insieme all’università, preparato un esame su
Le grand écart di Jean Cocteau, condiviso l'amore per la
Francia, per l’ arte… ha lasciato tanto, non solo gli scritti,
conservo ancora i suoi vocali che non smetto di ascoltare, la
sento ancora vicina».
Cosa ti ispira per le tue creazioni?
«Il territorio. Mi sono rivolta anzitutto al nostro territorio
martoriato, un “gigante addormentato” che è sempre fonte di
ispirazione per tanti, forse in modo un po' klimtiano
utilizzando colori molto forti, sfumature intense. La mia
passione ultimamente sono le sirene, anzitutto Partenope, un
mito conosciuto in tutto il mondo, che è uno dei simboli di
Napoli, nel pianto e nella gioia».
A proposito del maestro Cascella che mi hai citato prima; di
te ha detto “fin troppo brava, ma la bravura è nemica dell'arte,
ma necessaria per saper disegnare come ben dimostri”. Cosa pensi
intendesse? Non è una definizione contraddittoria, nel senso che
avere talento non sarebbe una cosa positiva?
«No, non credo sia poi così contraddittoria. Probabilmente si
riferiva al mondo della critica che spesso non riconosce il
talento degli artisti se non post mortem o addirittura non lo
riconosce proprio. Per carità, non ho certo la presunzione di
ritenermi una Klimt o una Picasso, sono un'autodidatta che non
ha frequentato l'accademia e si è formata da sola, ma di sicuro
non mi riconosco in quelle cosiddette 'forme di arte' che non
sono che provocazioni finalizzate solo a suscitare sconcerto».
Fin dall'inizio del tuo percorso artistico ti sei
caratterizzata per un disegno dal tratto deciso in bianco e
nero, contrapposizione tra Yin e Yang. Ma questa prospettiva
come riesce poi a cogliere quelle sfumature che tra le due
visioni inevitabilmente vanno a formarsi?
«La base per ogni tecnica pittorica è il bianco e nero, il
chiaro scuro che si ritrova in tante tecniche, come ho
sperimentato io, anche con il caffè e con il vino. La mescolanza
di tecniche particolari è alla base di tutte le espressioni.
Passare all'olio non è stato facile, ci vuole moltissimo studio
e dedizione».
Hai molto viaggiato, in Europa e in Oriente. In questi
momenti quali sono state le esperienze che più hanno influito
nella tua crescita artistica e quali le persone che ti hanno
lasciato i segni più nitidi?
«L'Oriente da sempre suscita fascino in me. Mi hanno dato tanto
luoghi come la Thailandia o Singapore, la Cina, paesi dai colori
indimenticabili, dal fascino irresistibile. La Francia resta
sempre un riferimento, anche per scelta personale. Ma l'Oriente
mi dà la possibilità di spaziare anche con la mente molto di più
che nel nostro territorio e mi ha fatto riflettere sulle molte
analogie con la nostra cultura, non tanto dissimile. In Egitto,
ad esempio, mi sono sentita a casa, i suoi profumi, i suoi
colori, come il blu egizio che adoro, le sfumature, e le persone
di un grande calore. Ultimamente però, sono spesso in Norvegia ,
dove vive mio figlio, e non posso negare che i paesaggi e la
cultura nordica, oltre alle persone di quel Paese sono a dir
poco seducenti ed emozionanti... sono molto empatica, non ho
difficoltà a discutere con le persone prescindendo dalla loro
nazionalità».
Sei anche insegnante di lingua e civiltà francese. Cosa ti ha
avvicinato a questa cultura così lontana e così vicina al tempo
stesso con quella italiana e napoletana?
«Non sento così lontana la cultura francese. Spesso mi sento
paradossalmente più vicina a loro per attaccamento al
territorio, e ultimamente ho vissuto pienamente un'esperienza
Erasmus con i miei studenti. Luoghi come Bordeaux, tra vigneti
ed Oceano, mi hanno lasciato tanto anche dal punto di vista
enogastronomico(ride, ndr). Mi sento una vera cittadina del
mondo».
Cinzia, ti senti più orientata a godere l'oggi o pensare al
domani?
«Vivo molto l'oggi; il domani ultimamente lo vivo con
incertezza, con buoni propositi ma con gli ultimi accadimenti
internazionali, anche se 'lontani' creano questa inquietudine».
Per concludere, se chiudendo gli occhi da una stanza buia
verso la luce ti chiedessi cosa vedi, per una tua opera?
«Stelle marine sulle nuvole».
|
| indice della pagina:
Tgiste |
Tutto TV |
Donne |
|