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Telegiornaliste anno XXII N. 7 (818) del 25 febbraio 2026
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Valeria Saggese, direzione musica
di Giuseppe Bosso
Nuovi impegni, nuove sfide, ma il binomio tra
Valeria Saggese e la musica resta inscindibile.
Bentrovata Valeria, ci
risentiamo dopo quasi tre anni dal grande successo che hai riscontato
con Parlesia. La lingua segreta della musica
napoletana, il tuo libro uscito con la prestigiosa Minimum fax. Com'è
cambiata da allora la tua vita?
«La mia vita continua sempre nella direzione verso cui amo andare, quella
della musica. Continuo a divulgarla attraverso la radio e la tv. Ora
collaboro in pianta stabile con la Rai come autrice e conduttrice. Continuo
nel mondo dell’arte e della cultura a condurre e organizzare eventi e la
novità è, che dopo la mia ricerca, tengo seminari nelle Università sulla
storia e la semiotica della musica. E poi ti anticipo che ho iniziato a
scrivere il mio secondo libro, ma per ora acqua in bocca, magari te ne parlo
prossimamente…».
Hai dedicato uno speciale su Radio Rai a
Pino Daniele che ancora si può ascoltare su Raiplay sound, e ora è in
corso uno su
Renato Carosone. Come mai e cosa rappresenta per te questa figura
iconica della nostra musica?
«Carosone è stato un genio, un innovatore, un musicista profondo e
sopraffino che è riuscito a raccogliere consenso di un vastissimo pubblico
grazie all’ironia e alla leggerezza di cui l’Italia post guerra aveva
bisogno. Era dissacrante e la sua competenza musicale è arrivata oltre
Oceano senza difficoltà. Senza di lui, in Italia non sarebbe avvenuto il
cambiamento musicale del ‘900».
Secondo te Carosone può ancora incantare le nuove generazioni, di
quest'epoca iper
tecnologica e che ha abbracciato diversi generi musicali?
«Facile. Carosone è ancora coverizzato da tanti artisti e oggi i suoi brani
sono addirittura mixati dai Dj. Si cantano e ballano in discoteca. È
intergenerazionale. Ripeto. Un genio senza tempo».
In Rai stai lavorando anche con una nostra altra storica e affezionata
intervistata,
Federica
Gentile: com'è nata questa collaborazione?
«È stata una scelta aziendale. Lavoro come autrice per il programma che lei
conduce su Rai 2,
Playlist Talk. Ogni puntata è dedicata a un
artista/cantautore/ interprete… è nelle mie corde, e con lei mi trovo molto
bene, sia professionalmente che a livello umano. È una professionista con
tanti anni di esperienza. Il problema sarebbe avere a che fare con chi è
incompetente. Io sono stata fortunata».
Nell'ultimo anno ti sei impegnata, tra le altre cose, anche per il
compianto Vincenzo Spera (ex
Presidente di Assomusica) per cui sei stata promotrice di un memorial. Cosa
ha rappresentato per te e cosa hai cercato di trasmettere?
«Vincenzo Spera è stato uno dei più grandi promotori musicali di tutti i
tempi, una persona buona e un caro amico per me. Avevo lanciato la proposta
al Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, Federico
Mollicone, di ricordarlo istituzionalmente. Devo dire che per lui ha aperto
subito le porte di Montecitorio. È stato un evento molto emozionante e
sentito che abbiamo condotto
insieme al nuovo Presidente di Assomusica Carlo Parodi. In sala c’erano la
moglie, i figli, tanti rappresentanti del mondo musicale e anche l’attuale
presidente di Assoconcerti Bruno Sconocchia. Vincenzo è sempre riuscito a
tenere uniti tutti. Sulla sua scia dobbiamo continuare: la musica unisce».
Del tuo libro Parlesia mi ha colpito che artisti tendenzialmente
restii ad aprirsi con i giornalisti in te abbiano trovato una figura amica e
affidabile. È stato più facile, per così dire, con le 'vecchie leve' o con
le voci di ultima generazione entrare in sintonia?
«Io sono sempre dalla parte degli artisti. E loro lo sanno, lo sentono. Do
voce a chi è davvero bravo e ho profondo rispetto per la fatica e per i
sacrifici che fa ognuno di loro. Dunque, per me è facile entrare in sintonia
con chi fa musica perché la ama ed è capace di emozionare. Non perdo tempo a
scrivere di chi non mi piace».
Avevamo parlato di tua nipote Zoe, che recentemente si è
fatta notare a Radio RCS75. Come hai vissuto questo momento?
«Zoe ha 6 anni, ha una dote spiccata per la radio. L’ho vista in diretta tv,
perché non ho potuto accompagnarla, e mi sono emozionata. È disinvolta
al microfono, sa improvvisare e creare contenuti. Sarà una questione di DNA.
Ti ricordo che il grande Roberto Gentile, lo storico speaker di Radio 2 e
Radio Subasio era mio cugino. Suo zio. Lei ha scelto di studia pianoforte e
danza, ma ama anche la matematica. Le auguro di fare in futuro quello che
amerà fare, ma soprattutto le auguro di essere serena e vivere nella
bellezza. In questo mondo così crudele non è facile e io sono molto
preoccupata per i nostri bambini».
Non posso in chiusura fare a meno di chiederti un ricordo di James
Sanese. Quale pensi sarà il suo lascito per le nuove leve della musica?
«James è un altro artista immenso. Per fortuna me lo sono goduta anche come
persona. Era gentile solo con poche persone. Io ho conosciuto la sua
delicatezza. L’ultima intervista l’ha fatta con me pochi mesi prima del suo
ultimo viaggio. Nel suo ultimo disco ha parlato di amore universale. Non era
più arrabbiato. Per Napoli è stata una triste perdita del 2025, insieme a
quella di Roberto De Simone e del Maestro Beppe Vessicchio. Per fortuna la
loro musica è eterna. Per rispondere alla tua domanda, a Napoli c’è una new
wave fatta di giovani cantautori e cantautrici che conoscono il passato e lo
rispettano. Interagiscono sul palco e fuori con gli artisti della “old
generation”. Certo, un Senese non ci sarà più, ma ci sono diversi bravi
artisti che “suonano e cantano” in napoletano. Bisogna dar loro più spazio a
livello nazionale».
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Camilla
Murri De Angelis, passione voce
di Giuseppe Bosso
Incontriamo
Camilla Murri De Angelis, doppiatrice esponente
di una delle più storiche famiglie che hanno caratterizzato
questa disciplina.
Te l'avranno chiesto infinite volte, immagino: la tua
provenienza familiare è stata più un ostacolo o
un'agevolazione nel voler ripercorrere la strada di tua
madre
Eleonora De Angelis?
«Dico sempre che poter essere la quarta generazione di
doppiatori della mia famiglia è qualcosa che mi riempie di
orgoglio. L’idea di continuare lo stesso mestiere che faceva
il mio bisnonno mi emoziona profondamente e mi sento molto
fortunata ad aver avuto la possibilità di portare avanti
questa tradizione. Le mie origini familiari hanno
rappresentato fin dall’inizio una doppia dimensione, fatta
di opportunità, ma anche di responsabilità e aspettative.
Contrariamente a quanto molti pensano, venire da una
famiglia di doppiatori non basta per lavorare nel
doppiaggio: se non si è all’altezza, nessuno ti fa lavorare,
nemmeno i tuoi parenti. Ho iniziato da piccolissima, poi mi
sono fermata intorno ai dodici anni e ho ripreso dopo
l’università, a 23 anni. Credo che quella pausa sia stata
fondamentale: mi è servita per capire che questo lavoro non
lo faccio solo perché appartiene alla mia famiglia da
generazioni, ma perché è una passione autentica. Se non
fosse stato così, probabilmente avrei scelto un’altra
strada. È innegabile che la mia provenienza familiare sia
stata un’agevolazione, perché mi ha permesso di instaurare,
fin da bambina, rapporti prima di tutto umani con i
professionisti del settore e mi ha sicuramente aperto alcune
porte. Tuttavia, come dicevo prima, questo non è
sufficiente. Allo stesso tempo, può essere anche un
ostacolo: a volte si sente il peso di un cognome importante,
altre volte si viene giudicati come “agevolati” a
prescindere, senza che vengano davvero valutate le capacità
artistiche. Per questo ho sempre sentito il bisogno di
dimostrare, prima di tutto a me stessa, di meritare questo
percorso».
Una voce, infiniti potenziali volti, si potrebbe così
sintetizzare la vostra figura: e quali tra questi hai
sentito maggiormente vicini al tuo modo di essere, e quali
invece l'opposto?
«Tra i personaggi che ho sentito più vicini al mio modo di
essere, mi viene subito in mente Katie nella serie Doc (versione
americana). È una ragazza dolce, sensibile e diligente,
nella quale mi sono ritrovata spesso, anche nel modo di
affrontare situazioni delicate, soprattutto in ambito
familiare. Dare voce a un personaggio che ci somiglia è
molto bello, perché tutto risulta più naturale e spontaneo,
e credo che questa naturalezza sia il traguardo più
importante quando si presta la voce a qualcuno. All’estremo
opposto c’è invece Lara Seligman nella serie Legado:
un’adolescente estremamente ribelle, tutto ciò che io non
sono mai stata. Ha un atteggiamento molto distante dal mio,
è diffidente, spigolosa, ma allo stesso tempo molto
coraggiosa e con un fortissimo senso della giustizia.
Proprio per questo è stata una grande sfida interpretativa.
In generale, è sempre molto stimolante doppiare personaggi
lontani da sé, perché permette di esplorare lati della
propria personalità che magari non conoscevamo e che, al di
fuori di quel personaggio, non avremmo mai avuto occasione
di scoprire
Attraverso i social hai modo di interagire con i fans e
gli spettatori delle serie e dei personaggi a cui presti
voce: questo filo diretto ti ha anche fornito qualche
indicazione su eventuali miglioramenti o accorgimenti da
prendere?
«Personalmente non mi è mai capitato di ricevere indicazioni
o suggerimenti legati al mio lavoro attraverso i social. In
generale, però, credo che quando si svolge un mestiere che
espone al pubblico – come accade in tutti i lavori artistici
– i social siano uno strumento ambivalente: da un lato
permettono un contatto diretto e prezioso con fan e
spettatori, dall’altro possono anche amplificare critiche
sterili o commenti poco costruttivi. Per questo penso sia
importante dare loro il giusto peso e mantenerne un uso
equilibrato. Al momento utilizzo i social in modo piuttosto
personale: il mio profilo è privato e alterno contenuti
legati al doppiaggio ad aspetti della mia vita quotidiana.
Anche per questo non ho avuto molte occasioni di interagire
direttamente con il pubblico delle serie o dei personaggi a
cui presto la voce, ma resto comunque curiosa e aperta a
questo tipo di confronto, se vissuto in maniera sana e
rispettosa».
Se potessi idealmente “rubare” un'attrice o un personaggio
di quelli a cui tua madre ha prestato voce quale
sceglieresti?
«Beh, senza dubbio “ruberei” Jennifer Aniston. Non solo
perché è l’attrice preferita di mia madre, ma anche perché è
da sempre una delle mie preferite. La considero
straordinaria, capace di essere credibile e brillante in
qualsiasi registro, da quello comico a quello più
drammatico. Ho visto praticamente tutti i suoi film, ci sono
cresciuta, e proprio perché ha sempre avuto la voce di mia
madre l’ho percepita come una presenza familiare, quasi come
se la conoscessi davvero. In particolare adoro il
personaggio di Rachel in Friends: deve essere stata
un’esperienza incredibile doppiarla, di un divertimento
unico. Se potessi scegliere, quindi, non avrei dubbi:
sceglierei sicuramente lei».
Siete stati una delle prime categorie ad avvertire i
rischi connessi all'introduzione dell'intelligenza
artificiale, che ormai possiamo dire essersi estesi non solo
al settore artistico. Secondo te siamo davvero a un punto di
non ritorno?
«Credo che siamo sicuramente a un punto di non ritorno dal
punto di vista tecnologico: l’intelligenza artificiale
continuerà ad avanzare ed è inutile negarlo. Allo stesso
tempo, però, sono convinta che l’emozione sia qualcosa di
non replicabile artificialmente. Alla fine tutto dipenderà
dalla volontà del pubblico di continuare a cercare
quell’emozione, quella vibrazione, quella “sporcatura”
tipicamente umana che, secondo me, l’intelligenza
artificiale non potrà mai sostituire davvero. Penso spesso a
come, nel corso della storia, tanti mestieri e tante
abitudini siano cambiati con l’arrivo di nuove tecnologie o
di Internet. Un esempio su tutti è il Kindle: è
un’invenzione geniale e comodissima, eppure il libro di
carta non è scomparso. Molte persone continuano a preferire
la carta, il suo odore, il gesto di mettere un segnalibro,
perché sono tutte esperienze legate alle emozioni, che un
supporto digitale non può restituire allo stesso modo. Spero
che accada lo stesso con il cinema e il doppiaggio: che il
pubblico continui a scegliere le emozioni che un doppiatore
può regalare, piuttosto che un risultato magari pulito, ma
basico e privo di anima. Chi apprezza davvero i prodotti
doppiati percepisce subito la differenza, soprattutto quando
è abituato a certe voci, con caratteristiche umane e
naturali difficilmente replicabili. Inoltre, tanti
professionisti si battono ogni giorno per proteggere il
nostro mestiere – e in generale tutti i mestieri artistici –
dalle possibili derive. Per questo, forse anche con un
pizzico di ingenuità, resto fiduciosa».
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Nuove
uscite rosa in libreria
di Silvestra Sorbera
Penne rosa per la casa editrice
Land editore che anche in questo mese di febbraio ci
delizia con tante novità letterarie per tutti i gusti. Iniziamo
con Un amore sbagliato così giusto di Cristiana
Rosada pubblicato il 19 febbraio.
Trama: Credevo di sapere cosa fosse l’amore.
Pensavo bastasse voler bene, resistere, adattarsi.
Ma un giorno l’ho capito: esistono legami che
proteggono e altri che stringono come una morsa. E
poi c’è lui: un professore diverso da come lo
avevo immaginato, capace di guardarmi davvero, di
ascoltarmi, di mettermi davanti a domande a cui non avevo mai
osato rispondere. Quello che nasce tra noi è un sentimento
inatteso, intenso e pericoloso, che infrange
regole, ruoli e certezze. Un amore che non avrebbe dovuto
esistere, ma che diventa l’unico luogo in cui mi
sento finalmente libera di essere me stessa.
Il 26 febbraio sarà la volta di Luisa Golo con il
romanzo Tutto ma non il mio migliore amico.
Trama: Mi chiamo Elizabeth Anderson e questa
non è una storia d’amore come le altre. È la storia di
quello che succede quando la persona che ti protegge da
sempre diventa anche quella che può distruggerti… o
salvarti. Sono cresciuta in una casa piena di silenzi,
debiti e parole che fanno più male delle mani. A
scuola sono “la diversa”, quella che non dovrebbe
essere lì. L’unico posto in cui mi sento al sicuro
è tra le braccia del mio migliore amico. Ma lui c’è
sempre stato. Quando scappavo. Quando avevo paura. Quando
nessuno mi vedeva davvero. Poi un giorno abbiamo finto di
essere una coppia. Per proteggerci. Per
sopravvivere. Il problema è che alcune bugie sono
troppo simili alla verità. E quando il confine tra
amicizia e amore si spezza, niente resta come prima.
Un romanzo emozionante che racconta il passaggio
fragile dall’amicizia all’amore.
Sabato 28 febbraio ci sarà l' ultima uscita del mese con
J. F. Petitjean de La Rosière che propone ai lettori il
romanzo gotico dal titolo Il sigillo di Satana.
Trama: Bernard Dambreuil, giovane archivista,
viene invitato a trascorrere alcuni giorni al castello delle
Roches-Noires per conoscere i parenti paterni.
L’atmosfera è cordiale ma attraversata da tensioni
sotterranee, rivalità e antichi rancori.
Quando la splendida e vitale Marie-Claude viene trovata
morta all’improvviso, la spiegazione ufficiale
parla di sincope cardiaca. Ma Bernard intuisce che
qualcosa non torna. Tra segreti di famiglia, sospetti
incrociati e oscure suggestioni legate alla stregoneria,
inizierà a scavare nel passato del castello per scoprire
la verità. E ciò che emergerà sarà più inquietante
di quanto potesse immaginare…
Un romanzo gotico dalle atmosfere cupe e affascinanti, tra
mistero, superstizione e verità sepolte nel tempo.
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