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Archivio Telegiornaliste anno XXII N. 4 (815) del 4 febbraio 2026

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TGISTE
Lucia Petraroli, il mio libro atto d'amore
di Tiziana Cazziero

Incontriamo nuovamente la giornalista Lucia Petraroli, per parlare della sua ultima fatica letteraria, edita da Effigi.

Ciao Lucia, grazie per il tuo tempo. Data di scadenza è il titolo del tuo libro? Ne abbiamo una tutti?
«Ho scritto questo libro e gli ho voluto dare questo titolo proprio perché credo che ognuno di noi abbia una data di scadenza. Tante persone che hanno letto il mio libro si sono ritrovati profondamente in una di queste mie date di scadenza e gli ha aiutati come è stato per me a metterle nero su bianco, a capirle, e lasciare che fossero così. C’è un tempo che è stato, dobbiamo accettarlo per poi ripartire».

Un evento personale ti ha portato verso la creazione di questo libro, cosa ti spinge a voler condividere il tuo dolore con il mondo?
«Questo libro è arrivato, non l’ho voluto, direi che mi ha cercata. Ho iniziato a scrivere in un momento di difficoltà come faccio da sempre, per me, per tirare fuori sentimenti e dinamiche, ma stavolta mi sono accorta di aver scritto tanto e da lì è nata l’idea. Molte persone mi hanno detto di essere stata coraggiosa a tirare fuori parti di me così importanti, ma sono grata di averlo fatto perché oggi queste possono aiutare altre persone»

La perdita è difficile da affrontare, come pensi si possa superare la separazione fisica ed emotiva a causa di un lutto da qualcuno che si ama?
«Il tempo lenisce, ma ciò che ti appartiene dentro non ti abbandona mai, sarà sempre con te. Mi dispiace dirlo, ma non si supera mai, un dolore così grande è sempre presente, può mutare la sua forma, allentare la presa, ma poi si riaffaccia sempre; fa capolino a mostrarti di non essersene andato»

In che modo può aiutare questo libro i lettori? Era questo il tuo intento quando hai deciso di scriverlo?
«Donazione e trapianto. Due parole importanti che nascondono un mondo di cui ancora non si parla abbastanza, ma che è oltremodo importante farlo. La mia data di scadenza parla di questo, dieci anni ci avevano detto i medici e dieci anni sono stati. Senza quel cuore probabilmente mio padre non sarebbe stato con me ancora quegli anni»

Quale vita ci aspetta in attesa di una “data di scadenza”? Suggerimenti e considerazioni per i lettori?
«Io suggerisco semplicemente di vivere. L’ attesa è agonia. Non sei tu che puoi cambiare le cose, questo ho capito. In un capitolo del mio libro dico: “è come una clessidra che si svuota di un amore eterno”, ed è così, quell’attesa».

Come ti sei sentita al termine del libro?
«Migliore. Quando ho messo su carta tutto ciò che ho vissuto è come se un po’ me ne fossi liberata, come se avessi compreso parlandone ciò che era stato, ho capito che era stato reale e che far finta di dimenticare e chiudere in un cassetto non aiutava, anzi. Aspettava solo il momento giusto, della comprensione».

Chi è Lucia Petraroli e cosa fa nella vita?
«Lucia è una giornalista, attenta, appassionata, innamorata del suo lavoro, che si è costruita nel tempo con sacrificio. Ama i valori, la famiglia, il rispetto, l’umiltà, i rapporti veri di qualsiasi tipo essi siano; in ogni loro forma»

Altri progetti con la scrittura nel futuro?
«Sarà la vita a dirmelo, come ha fatto stavolta, se mai sarà».

Se c’è qualcosa che vuoi aggiungere, questo spazio è per te, raccontaci.
«Data di scadenza non è un libro qualunque né per tutti, è il libro di chi sa cosa sia l’empatia, di chi ha voglia di scendere nel profondo, di ascoltare l’altro. Di chi ha voglia di sapere cos’è l’amore».

Grazie per aver condiviso con noi parte del tuo tempo.
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TUTTO TV
Valentina Melis, empatia per una speranza
di Giuseppe Bosso

Attrice e conduttrice tv attualmente al timone del programma Scomparsi in onda su Canale 122, incontriamo Valentina Melis.

Benvenuta su Telegiornaliste, Valentina. Come nasce il suo rapporto con Canale 122?
Il mio rapporto con il Canale 122 nasce da un incontro con la direttrice, Tiziana Ciavardini, durante una rassegna letteraria in Abruzzo, Jubuk, della quale ero madrina. «In quell’occasione lei presentava il suo libro Ti racconto l'Iran. I miei anni in terra di Persia, e abbiamo avuto modo di confrontarci, scoprendo subito una forte sintonia. Qualche tempo dopo mi ha intervistata in occasione di un mio spettacolo teatrale. Quando in seguito è diventata direttrice dell’emittente, ci siamo sentite perché era alla ricerca di nuovi volti per il canale e io sono una conduttrice, ho sostenuto un provino e sono stata scelta».

La cronaca nera è stato per lei un incontro casuale o una passione che ha trovato modo di approfondire?
«Più che un incontro casuale, direi che è una conseguenza naturale del mio impegno. Da sempre mi occupo di temi sociali, in particolare dei diritti delle donne, e sono attiva anche in un’associazione che lavora proprio su questi fronti. La cronaca nera, soprattutto quella legata alla violenza maschile sulle donne, oggi è diventata tristemente “hype”, quasi un prodotto da consumare. Questo mi interroga molto: mi chiedo continuamente come si possa intervenire davvero, a monte, perché queste vicende non accadano più, invece di limitarci a raccontarle quando ormai è troppo tardi».

In una delle ultime trasmissioni ha avuto modo di leggere gli ultimi messaggi della povera Annabella Martinelli. Senza ovviamente voler entrare nel merito di questa tragedia, come si sente ad affrontare ogni settimana storie così dolorose?
«Ho la responsabilità di condurre Scomparsi, una trasmissione che ogni giorno si occupa di persone scomparse. Rispetto alla cronaca nera più dura, lì c’è ancora uno spazio per la speranza: parliamo di storie difficili, spesso con alle spalle vicende dolorose, ma con la possibilità concreta che quelle persone vengano ritrovate. Nel caso di Annabella Martinelli è stato particolarmente straziante, anche perché ne avevamo parlato in diretta fino a pochi minuti prima del ritrovamento del corpo. È uno di quei momenti in cui il dolore ti attraversa inevitabilmente. Allo stesso tempo, però, dobbiamo mantenere la lucidità e la professionalità necessarie per capire cosa sia successo, anche e soprattutto per rispetto e per dare un aiuto concreto ai familiari».

Entrare in empatia con le persone direttamente o indirettamente coinvolte quando partecipano alle vostre trasmissioni l'ha messa in difficoltà?
«Entrare in empatia con le persone coinvolte è inevitabile, ed è anche una parte fondamentale del mio lavoro. Mi riguarda profondamente, a 360 gradi. Quando, per esempio, parlo con una madre che ha un figlio scomparso da anni, mi rendo conto che quello è un lutto che non finisce mai. In certi casi è persino più devastante della morte, perché manca una tomba su cui piangere e manca la verità. Resta solo l’attesa, sospesa all’infinito. Prima di questo programma non avevo idea di quante persone scompaiano ogni giorno. Oggi mi sento molto vicina a questi familiari. Sono una persona naturalmente sensibile ed empatica e ho sempre sentito una forte spinta ad ascoltare gli altri. Capita anche che io pianga, in studio o quando torno a casa. Alcune storie ti entrano dentro e non ti mollano più. Forse dovrei costruire una corazza più spessa, ma non credo che sarebbe un bene: la mia umanità è anche ciò che mi permette di essere davvero presente per queste persone. E poi c’è un dato molto concreto: i familiari sanno che più se ne parla, più aumentano le possibilità di ritrovare i loro cari o di riaprire le indagini. Questo dà un senso profondo a tutto il dolore che attraversa queste storie e anche al nostro lavoro».

Di cosa si occupa oltre che delle trasmissioni dell'emittente?
«Oltre al lavoro in televisione, sono anche attrice. Da tre anni porto in scena in tutta Italia, uno spettacolo teatrale intitolato Stai zitta, tratto dal libro di Michela Murgia, che ho adattato e che interpreto insieme a due colleghe. È un progetto a cui tengo moltissimo e che continua a girare con grande risposta di pubblico, quindi sì, posso dire che in questo periodo sono piuttosto impegnata. Colgo l’occasione di questa intervista per ringraziare la squadra di Scomparsi, perché il nostro è davvero un lavoro di squadra: io sono il volto davanti alle telecamere, ma dietro di me ci sono persone fondamentali senza le quali nulla sarebbe possibile: Francesca Capua, Diletta Riccelli, Anna Dionisi, Pina Giordano, Stelio Fergola e Costanza Graziani. Questo programma esiste grazie al lavoro quotidiano, alla sensibilità e alla professionalità di ognuno di loro».
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DONNE
Eleonora Tacconi, calcio da sempre
di Giuseppe Bosso

Incontriamo Eleonora Tacconi, non solo volto tv ma anche addetto stampa e content creator calcistica.

Benvenuta su Telegiornaliste, Eleonora. Lei e il calcio possiamo dire che siate un tutt'uno anche prima della sua nascita, essendo figlia di un ex giocatore del Verona di Bagnoli. Questo aspetto l'ha in qualche modo agevolata sul lato professionale?
«Assolutamente no. Il fatto di avere mio papà nel mondo del calcio, mi ha aiutato solo dal punto di vista tecnico-tattico perché studiavamo insieme. Il resto me lo sono costruita con il duro lavoro, la passione e la dedizione costante».

La vediamo particolarmente attiva sui social, tra Instagram e You Tube dove ha realizzato anche simpatici short. Non è certamente l'unica, tuttavia: in cosa cerca di differenziarsi?
«Cerco di differenziarmi cercando di portare in primis la vera me anche sui social al 100% con storie e vlog di vita quotidiana, per far vedere a chi mi segue in cosa consiste il mio lavoro ed avvicinarli al mio mondo. Poi, cerco sempre qualcosa di innovativo: non i soliti video che fanno tutti, ma qualcosa di personale ed inedito. Non è facile al giorno d'oggi distinguersi dalla massa, perché tutti con un telefono in mano e un biglietto per lo stadio, possono creare contenuti; è lì che serve fare quello che non gli altri non farebbero».

Segue anche il calcio femminile?
«Si, lo seguo con molto piacere. Donne e pallone possono andare d'accordo. Siamo in una fase di evoluzione e crescita fortunatamente, che sta portando sempre di più un cambiamento sociale e culturale, capace di sfidare gli stereotipi radicati. Nonostante un ritardo storico e la necessità di superare tali pregiudizi, il passaggio al professionismo ha segnato una svolta fondamentale, offrendo tutele, dignità e il riconoscimento di questo sport come lavoro a tutti gli effetti. C'è ancora tanto su cui lavorare, ma siamo sulla buona strada».

Avendo ampia possibilità di interagire con i suoi followers non saranno mancati, immagino, commenti e considerazioni negative o stereotipate sulle competenze calcistiche femminili. In questi casi ha replicato o ha semplicemente lasciato correre?
«Ho iniziato questo lavoro giovanissima, a soli 17 anni. Non le nascondo che all'inizio i commenti che ricevevo mi davano fastidio perché le parole comunque feriscono ed hanno un peso. Erano i classici commenti da leoni da tastiera e sessisti, del tipo: "ah ma chissà cos'hai fatto per essere lì" etc... l'ho superata subito in serenità. In primis, grazie alla mia famiglia e alle persone che mi stavano accanto e in secondo luogo, grazie alla mia coscienza più che pulita: sono nata per questo sport e ho studiato per lavorare in questo ambito, quindi sapevo quanto valore avevo. Da lì in poi, ogni commento e critica diventava indifferente, era quasi più un pretesto per fare ancora meglio. Ciò che non uccide, fortifica e così è stato. Quando cominci ad avere un po' di 'notorietà' e ad esporti, è normale ricevere commenti così. Alcuni li lascio li e faccio finta di niente, ad altri invece rispondo perché mi piace zittirli. Nemmeno Gesù piaceva a tutti, figuriamoci io...».

Attualmente di cosa si sta occupando?
«Attualmente sono una presentatrice Tv ed eventi, opinionista, addetta stampa e content creator».

Cosa farà Eleonora da grande?
«Cosa farò da grande? Mi auguro di continuare a realizzare i miei sogni con la forza e la passione di sempre, mi auguro di essere sempre quella bambina alla quale si illuminano gli occhi quando parla di calcio e di ritagliarmi tante soddisfazioni».
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