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Archivio Telegiornaliste anno XXII N. 3 (814) del 28 gennaio 2026

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TGISTE
Paola Nurnberg, cronache da Gerusalemme
di Giuseppe Bosso

Incontriamo nuovamente Paola Nurnberg, attualmente corrispondente da Gerusalemme per il Tg5.
 
Bentrovata Paola. Ci eravamo sentiti la prima volta dieci anni fa, se ricordi. Oggi ti troviamo corrispondente da Gerusalemme; come sei arrivata a questo importante passo per la tua carriera?
«Direi che mi sono trovata nel posto giusto al momento giusto. Stavo lavorando con un contratto a  tempo determinato a Mediaset che poi mi ha portato a questa occasione, che ho colto con piacere avendo una discreta esperienza sulle tematiche che riguardano il Medio Oriente. Un sogno che coltivavo da tempo e un colpo di fortuna davvero inaspettato».

Sarà banale chiedertelo ma essere corrispondente da una zona in conflitto era una delle tue aspirazioni?
«Mi è sempre piaciuto il Medio Oriente, fin dai tempi dell'attentato alle Twin Towers nel 2001, perché lavoravo da tre mesi proprio a New York e vivevo dietro le torri; sì avevo questa ambizione e ho sempre sognato di seguire sul campo questi sviluppi. Da freelance l'ho fatto alcune volte, sostenendo costi e rischi, mentre alla tv svizzera non avrei potuto avere questa opportunità che giunge in un momento avanzato della mia carriera».

Come hanno preso i tuoi familiari questa novità?
«Ho perso i genitori presto, e per questo non ho voluto figli, quindi gli unici legami stretti si limitano a mio fratello e a mio nipote, e dei cugini. Ma non avrei mai rinunciato a questa possibilità in ogni caso, come fanno altri colleghi, anche di testate estere. Certo, sapere di avere qualcuno costantemente in apprensione sarebbe stato più complicato da gestire».

Quali sono stati finora i momenti più difficili tra quelli che hai affrontato nella città santa di tre religioni ma intorno alla quale il sangue del conflitto scorre?
«Non ne ho avuti, per ora, per fortuna. Certo come dici questa è la terra dove sono nati i tre monoteismi e questo comporta il dover sempre ponderare bene le parole tenendo presente chi hai di fronte ma anzitutto per non urtare le diverse sensibilità. Mi sono capitate situazioni che in Italia non credo avrei vissuto, anche simpatiche, come per esempio con un ebreo ortodosso incontrato un sabato in mezzo alla strada, che mi aveva chiesto di accendergli il quadro elettrico dopo che era saltata la luce in casa sua. Gli ebrei durante lo shabbat non possono usare l'elettricità. In un'altra occasione invece, la cassiera di un supermercato, col capo velato, di religione musulmana,  non aveva passato sul nastro una bottiglia di vino che avevo acquistato perché non poteva o non voleva toccarla. Mi rendo conto di essere spettatrice di un posto che offre una visione del mondo diversa da quella che abbiamo in Italia, tra contraddizioni e sfumature particolari».

Hai avuto modo di confrontarti con colleghi di altre testate estere in questo periodo?
«Sì, ci si incontra, si parla tra colleghi di varie nazionalità, alcuni con alle spalle esperienze precedenti anche in Siria o in Libano. Ci scambiamo opinioni e anche indicazioni o informazioni sulle storie da coprire. Quest'anno poi si voterà in Israele, è una scadenza importante. Il confronto è utile anche per rendersi conto di come spesso abbiamo dei pregiudizi senza saperlo, e parlare permette di superarli grazie a una diversa visuale. Partendo dal presupposto che, contrariamente a quanto potrebbe pensare chi segue le cronache dall'Italia, che il mondo ebraico e il mondo musulmano non costituiscono due blocchi omogenei. Così come i palestinesi che vivono a Gerusalemme, che spesso hanno documenti e passaporto israeliano, sono visti diversamente da quelli che vivono nei territori occupati, o i palestinesi di religione cristiana rispetto a quelli di religione islamica. E diversa è la visione della società religiosa israeliana da quella della società laica. Non si finisce mai di imparare».

Quali sensazioni hai raccolto dalla popolazione di Gerusalemme?
«Gli israeliani mi chiedono sempre che effetto mi ha fatto vivere qui in questi mesi e come mi trovo; parlando con loro ho capito la profondità del trauma causato dal 7 ottobre 2023, e anche parlando con arabi mi sono resa conto che nonostante si parli di continuo di piani di pace questo percorso sarà molto lungo e travagliato, dato che nessuno ha una visione a lungo termine».

Come pensi di essere cambiata dopo questa esperienza? 
«Sono qui solo da quattro mesi; lascio rispondere a questa bella domanda chi mi conosce; sto sicuramente provando sensazioni belle e molto intense. Sono consapevole del privilegio che ho avuto di poter documentare questo momento storico e anche del prestigio di poterlo fare per un grande network televisivo; sono sicuramente cambiata professionalmente per i ritmi a cui mi sono dovuta abituare ma, siccome non amo la monotonia, non è stato difficile. La cosa più importante però è che stando qui mi sono accorta che c'è sempre qualcosa che accende la mia curiosità e mi fa stupire ogni giorno, in cui scopro qualcosa di nuovo».
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TUTTO TV
L'invisibile, la nuova serie Rai
di Silvestra Sorbera

Andrà in onda prossimamente su Rai Uno la serie televisiva incentrata sulla cattura del boss Matteo Messina Denaro avvenuta tre anni fa.

Dal titolo L' invisibile, ha come protagonista Lino Guanciale nei panni del colonnello che ha coordinato le operazioni per la cattura del super latitante; e poi ancora Levante, Leo Gassman e Ninni Bruschetta che interpreta Matteo Messina Denaro.

“La ricostruzione della cattura di Matteo Messina Denaro – dice la direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati - frutto di un rigoroso lavoro di documentazione e di una messa in scena di grande intensità, interpretata da Lino Guanciale e sostenuta da un grande cast diretto da Michele Soavi, offre al pubblico uno sguardo autentico sul lavoro delle istituzioni e sulla determinazione di chi ha operato per affermare la legalità. È un progetto che testimonia la funzione di Servizio Pubblico della Rai e la sua capacità di trasformare la memoria recente in racconto condiviso”.
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DONNE
Giovanna D'Alessandro, arte ed emozioni
di Giuseppe Bosso

Incontriamo Giovanna D'Alessandro, creativa e poliedrica artista.

Benvenuta su Telegiornaliste Giovanna. Anzitutto chi sei e come nasce il tuo amore per l'arte?
«Sono un’artista visiva e il mio rapporto con l’arte nasce molto presto, in modo spontaneo. Disegnare e dipingere sono stati fin da subito un linguaggio naturale per osservare il mondo e provare a interpretarlo. Con il tempo questo bisogno si è trasformato in una ricerca più consapevole, che oggi unisce pittura, grafica e riflessione sul presente. Per me l’arte non è solo espressione estetica, ma uno strumento per leggere la realtà».

Quando ci siamo incontrati alla tua esposizione rimasi colpito da come nelle tue creazioni dia risalto a figure storiche o della cultura pop come la Regina Elisabetta o Freddie Mercury. È il tuo stile abituale?
«Sì, è una cifra ricorrente del mio lavoro. Mi interessa lavorare su figure iconiche perché fanno parte dell’immaginario collettivo, ma cerco di spogliarle della loro aura celebrativa. Le uso per raccontare fragilità, contraddizioni, solitudine, potere e identità. Sono simboli che tutti riconosciamo, ma che diventano strumenti per parlare di temi molto attuali e universali».

Da cosa riesci a trovare ispirazione in questa epoca dove l'arte e la creatività vengono messe a dura prova dalla tecnologia?
«Proprio dalla complessità di questa epoca. Viviamo sommersi da immagini veloci e spesso superficiali, e questo rende ancora più necessario fermarsi e riflettere. La tecnologia non la vedo come un limite, ma come un elemento con cui confrontarsi criticamente. Mi ispiro alla società contemporanea, ai cambiamenti culturali e politici, alle contraddizioni del nostro tempo, cercando di restituirle attraverso un linguaggio visivo che inviti a rallentare».

C'è ancora spazio per le emozioni che trasmette un quadro in questa epoca complicata che stiamo vivendo?
«Credo di sì, forse oggi più che mai. In un periodo complesso e spesso confuso, c’è un forte bisogno di emozioni autentiche. Un quadro crea una relazione silenziosa e intima con chi lo osserva, non impone risposte ma suscita domande. Finché esisterà questo bisogno di connessione emotiva, l’arte continuerà ad avere un ruolo centrale».

Hai in programma prossimamente nuove esposizioni? Dove?
«Sto lavorando a nuovi progetti espositivi che porteranno avanti il mio percorso artistico con opere inedite. Ci saranno occasioni sia in spazi espositivi tradizionali sia in contesti più sperimentali. Preferisco lasciare che siano le opere a parlare, ma posso dire che il lavoro in corso è molto legato al presente e ai suoi cambiamenti».
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Telegiornaliste: settimanale di critica televisiva e informazione - registrazione Tribunale di Modena n. 1741 del 08/04/2005
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